
(Il Solone di via Solferino: Angelo Panebianco)
A distanza di quasi un mese, dacché la stampa italiana pare l’abbia ignorato, è d’obbligo tornare a un editoriale di Angelo Panebianco, dal titolo “Lo Stato predatore” sul “Corriere della Sera” del 7 agosto scorso. Ecco cosa afferma l’insigne politologo liberale nel tentativo di trovare i responsabili della crisi, non solo morale, del Paese:
«Gli italiani si scandalizzano per i privilegi dei politici e lo sperpero di denaro pubblico, ossia per le manifestazioni più visibili dell'azione dello Stato predatore, ma molti di loro sono colpevoli e complici. Colpevoli, soprattutto, di avere accettato idee sbagliate la cui diffusione rende più facile la vita dello Stato predatore. La principale fra queste idee sbagliate è che possano esistere «pasti gratis», ossia che si possa consumare oggi una risorsa… senza sottrarla a qualcun altro e senza compromettere la possibilità di generare altre risorse domani. Non è una idea di sinistra o di destra, è solo una idea sbagliata che legittima le spese improduttive e blocca lo sviluppo. Non è imputabile solo a certi settori sindacali o alla sinistra estrema. E’ presente in larghi strati della società. Ha probabilmente concorso alla sua diffusione una certa cultura cattolica. La Chiesa viene oggi accusata di tante colpe che, secondo me, non ha. Ma di una cosa, forse, è colpevole: di non avere mai promosso un’opera pedagogica di contrasto all’ideologia del pasto gratis (così diffusa in certi ambienti cattolici e, per loro tramite, nella società)».
Non si capisce – ma forse, rectius, si capisce benissimo - come il “Corriere della Sera” abbia potuto pubblicare una simile sequenza di castronerie. Che il caldo agostano abbia annebbiato le vigili menti dei preposti a vagliare i contributi editoriali? Oppure la disperata ricerca di una lenzuolata qualsiasi, per riempire le praterie brade e deserte delle pagine estive, ha prevalso sulla consistenza del testo?
L’elenco delle ovvietà e delle distorsioni contenute in poche righe dello scritto di Panebianco è allarmante. Nella sua ricerca di un colpevole, l’editorialista perde per strada non dei semplici pezzi, ma le stesse architravi del discorso cristiano sul lavoro e sull’economia. Ad esempio, perde (perché vogliamo pensare che perda, dunque che prima abbia trovato e conosciuto, piuttosto che credere il contrario!), il passaggio della seconda lettera ai Tessalonicesi, primo capitolo, versetti 6-12, in cui san Paolo afferma
«Vi ordiniamo pertanto, fratelli, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, di tenervi lontani da ogni fratello che si comporta in maniera indisciplinata e non secondo la tradizione che ha ricevuto da noi. Sapete infatti come dovete imitarci: poiché noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi. Non che non ne avessimo diritto, ma per darvi noi stessi come esempio da imitare. E infatti quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione. A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace».
Certo, nel capitolo sesto del Vangelo di Matteo, versetti 24-34 , Cristo spiega chiaramente il rapporto tra il cristiano e i beni terreni: «Nessuno può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e disprezzerà l'altro: non potete servire a Dio e a mammona. Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà gia le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena».
È la condanna definitiva di ogni visione economicista della vita umana, di ogni pretesa di porre il denaro al di sopra non solo di Dio, ma anche della persona.
Quello di Matteo, però, sembrerebbe essere l’unico ricordo che Panebianco ha del messaggio evangelico. Certo, estratto e manipolato, il testo evangelico può dare – e ha già dato molte volte nella storia – a qualche “testa fina” l’idea balzana che la Chiesa cattolica sia il luogo dove si predica l’ozio o, in una variante benevola e naïve, la visione di un mondo cattolico all’insegna del francescanesimo, mendicante giocondo e tutto sommato innocuo.
È una visione distorta, basata sulla risciacquatura della weberiana «etica protestante e lo spirito del capitalismo». Quello spirito che, secondo lo studioso di Erfurt, si coglie già in alcuni semplici assunti:
«Ricordati che il tempo è denaro; chi potrebbe guadagnare col suo lavoro dieci scellini al giorno, e va a passeggio mezza giornata, o fa il poltrone nella sua stanza, se anche spende solo sei pence per i suoi piaceri, non deve contare solo questi; oltre a questi egli ha speso, anzi buttato via, anche cinque scellini.
Ricordati che il credito è denaro. Se uno lascia presso di me il suo denaro esigibile, mi regala gli interessi, o quanto io in questo tempo posso prenderne. Ciò ammonta ad una somma considerevole se un uomo ha molto e buon credito, e ne fa buon uso.
Ricordati che il denaro è di sua natura fecondo e produttivo. Il denaro può produrre denaro, ed i frutti possono ancora produrne e cosi via. Cinque scellini impiegati diventano sei, e di nuovo impiegati sette scellini e tre pence e cosi via finché diventano cento lire sterline. Quanto più denaro è disponibile, tanto più se ne produce nell'impiego, cosi che l'utile sale sempre più alto. Chi uccide una scrofa, uccide tutta la sua discendenza fino al millesimo maialino. Chi getta via un pezzo di cinque scellini, uccide tutto quel che si sarebbe potuto produrre con esso: intere colonne di lire».
Certo, chi si ferma a Weber dimentica i grandi banchieri italiani del tardo Medioevo: come se la loro storia, assai precedente alla Riforma, non fosse costruita tutta su questi tre pilastri! Come se le banche cattoliche non fossero basate su una moderna cultura economica!
Ma ci sono altri passaggi del testo biblico che Panebianco forse non conosce. Ad esempio, i terribili ammonimenti contenuti nei capitoli quarto e quinto della lettera di Giacomo:
«E ora a voi, che dite: «Oggi o domani andremo nella tal città e vi passeremo un anno e faremo affari e guadagni», mentre non sapete cosa sarà domani! Ma che è mai la vostra vita? Siete come vapore che appare per un istante e poi scompare. Dovreste dire invece: Se il Signore vorrà, vivremo e faremo questo o quello. Ora invece vi vantate nella vostra arroganza; ogni vanto di questo genere è iniquo. Chi dunque sa fare il bene e non lo compie, commette peccato. E ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che vi sovrastano! Le vostre ricchezze sono imputridite, le vostre vesti sono state divorate dalle tarme; il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si leverà a testimonianza contro di voi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni! Ecco, il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre grida; e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore degli eserciti. Avete gozzovigliato sulla terra e vi siete saziati di piaceri, vi siete ingrassati per il giorno della strage. Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non può opporre resistenza».
Ma lasciamo anche da parte le Scritture! Al Solone di via Solferino sarebbe bastata una visita al sito Internet del Vaticano, per poter dare un’occhiata a quel testo fondamentale che è il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, presentato in Vaticano il 2 aprile 2004 da Cardinal Renato Raffaele Martino, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Dove si legge:
«Una comunità è solidamente fondata quando tende alla promozione integrale della persona e del bene comune; in questo caso, il diritto viene definito, rispettato e vissuto anche secondo le modalità della solidarietà e della dedizione al prossimo. La giustizia richiede che ognuno possa godere dei propri beni e dei propri diritti e può essere considerata la misura minima dell'amore. La convivenza diventa tanto più umana quanto più è caratterizzata dallo sforzo verso una più matura consapevolezza dell'ideale verso cui essa deve tendere, che è la « civiltà dell'Amore ».L'uomo è una persona, non solo un individuo. Con il termine « persona » si indica « una natura dotata di intelligenza e di volontà libera »: è dunque una realtà ben superiore a quella di un soggetto che si esprime nei bisogni prodotti dalla mera dimensione materiale. La persona umana, infatti, pur partecipando attivamente all'opera tesa al soddisfacimento dei bisogni in seno alla società familiare, civile e politica, non trova realizzazione completa di sé fino a quando non supera la logica del bisogno per proiettarsi in quella della gratuità e del dono, che più pienamente risponde alla sua essenza e alla sua vocazione comunitaria.Il precetto evangelico della carità illumina i cristiani sul significato più profondo della convivenza politica. Per renderla veramente umana, « non c'è niente di meglio che favorire il senso interiore della giustizia e benevolenza e del servizio al bene comune, e corroborare le convinzioni fondamentali sulla vera natura della comunità politica e sul fine, sul legittimo esercizio e sui limiti dell'autorità pubblica ». L'obiettivo che i credenti devono proporsi è la realizzazione di rapporti comunitari fra le persone. La visione cristiana della società politica conferisce il massimo rilievo al valore della comunità, sia come modello organizzativo della convivenza sia come stile di vita quotidiana».
Una simile ricerca avrebbe comportato una perdita di tempo troppo gravosa per l’Illuminato Editorialista, oppure l’avrebbe costretto a rivedere le sue tesi raffazzonate? Se leggersi il compendio era troppa fatica, forse sarebbe bastato scorrerne l’indice analitico. Dove si vede che il termine gratuità è associato a quelli di esperienza religiosa, operare divino, stile ispirato da Dio, evento di salvezza, agire gratuito del Signore e uomo, uomo e donna e gratuità divina, azione di Gesù e gratuità di Dio, amore gratuito di Dio e umanità, Padre e gratuità del dono divino del Figlio, creazione dell'uomo, atto gratuito di Dio, solidarietà e dimensione della gratuità, amore e rapporti di gratuità, persona e logica della gratuità.
La gratuità, dunque, non è citata in relazione ai pasti.
Nemmeno agli editoriali del primo quotidiano italiano.
Nicola Borzi
nicolaborzi@gmail.com





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