Un po’ Buddenbrook e un po’ Re Lear, le ultime dinastie dei giornaliNon solo i Bancroft. Ricordate Katie Graham, la regina del Washington Post? Dietro la grande stampa c’è sempre stata una grande famiglia. Resiste quella del NYT. Sì, ma ancora per quanto?
Dal “Foglio” di domenica 5 agosto 2007di Ugo BertoneRupert Murdoch, camicia hawayana e bermuda d’ordinanza, si aggirava nella hall al fianco di Wendy Deng, la moglie cinese in jeans e semplicissima t-shirt. Cento metri più in là, nel parco, Lachlan Murdoch, uno dei figli dello “Squalo”, dribblava assieme alla moglie Sarah l’assedio dei reporter. Avete fatto la pace? Sta per rientrare in News Corporation? “No, questo è un posto splendido. E non vedo la ragione per non venirci anch’io”. E via, con una sgommata, su una Toyota Avalon. Papà Rupert, intanto, è in altre faccende affaccendato: è lui il re della festa, il più fotografato e intervistato alla convention più seguita e celebre di un G8 o di un conclave, che ogni anno, nel cuore dell’estate, fa convergere decine di elicotteri nei cieli di Sun Valley, Idaho.
Perché qui, su invito di Paul Allen, colui che assieme a Bill Gates diede il via a Microsoft, si riuniscono i trecento uomini (e donne) che decidono le sorti dell’industria dei media. In America, ma non solo. Ci sono tutti, magari solo per rispetto alla leggenda: perché il mito dice che qui, nel 1999, su un campo da golf prese il via il matrimonio da 164 miliardi di dollari tra Time Warner e Aol. Prima ancora fu qui, ai piedi delle Sawtooth Mountains, che furono fissati i paletti dell’unione tra Walt Disney e Abc. Ed è qui che, il 17 luglio del 2001, dopo un improvviso malore e una caduta, morì dopo tre giorni di agonia la donna simbolo dell’America delle rotative: Katharine Graham, per più di cinquant’anni, dal 1938 al 1991, anima e carattere del Washington Post, la donna del Watergate.
“Dite a Katie Graham che se esce quella roba le sapremo render pan per focaccia”, sibilò John Mitchell procuratore generale di Richard Nixon a Carl Bernstein. Santa ingenuità: davvero un presidente degli Stati Uniti pensava di poter fermare l’unica donna che teneva testa a François Meyer, il genio di Lazard che Enrico Cuccia rispettava come suo pari per capacità intellettuale? Una che, al momento di scegliere un consigliere d’affari, si rivolse a Warren Buffett, altro amico per la vita. Katie Graham, bambina viziata da una corte di governanti, tate e tutori nel castello di Mount Kisco, il più delle volte trascurata dalla mamma Agnes Ernst, attivista del Partito repubblicano, amica di artisti e anima ribelle, una che in casa, quando c’era, portava gente del calibro di Auguste Rodin, Marie Curie, Albert Einstein o Eleanor Roosevelt. E’ lei, Katie, che più di ogni altro contribuì a fare del giornale che il padre aveva comprato nel 1933 a un’asta fallimentare nella macchina da guerra capace di fare e disfare le carriere del Congresso.
Non fu un matrimonio facile quello della giovane Katharine Meyer, con Philip Graham, brillante avvocato sfornato dalla Harvard School e presto diventato l’eminenza grigia di due giudici della Corte suprema, ma anche abile manager e politico. Tra Philip Graham, immerso nei giochi del potere al punto da essere stato il grande burattinaio della scelta di Lyndon B. Johnson come vicepresidente nel 1960, e la giornalista che a cena si accompagnava ai Kennedy o a Mc-Namara piuttosto che, anni dopo, con Nancy e Ronald Reagan furono spesso scintille e baruffe. Finì male: nel 1963, Katie scoprì che il marito stava vendendo le sue confidenze a una giornalista di “Newsweek”, l’australiana Robin Webb, e lo cacciò di casa. Lui chiese il divorzio, chiese gli alimenti e annunciò di voler sposare Robin. Poi, scena degna di James Dean, salì sul palco di un congresso di giornalisti a Phoenix in Arizona per declamare, ubriaco fradicio, che il presidente Kennedy aveva una relazione con Mary Pinchot Meyer, parente della moglie.
Katie non si perse d’animo. Affittò un aereo, volò a Phoenix e si riportò indietro il marito ingozzato di sedativi per poi ricoverarlo in una clinica psichiatrica, il Chesnut Lodge. Mesi dopo Philip, durante un permesso dalla casa di cura, si suicidò. E Katie, lungi dal perdersi d’animo, s’inventò da giornalista a editore, appoggiandosi per la gestione a Benjamin Bradlee e a Buffett per la finanza. Per 28 anni, dal 1963 al ‘91, lei fu il Washington Post. Senza trascurare i quattro figli: Elizabeth, detta Lally, stimata columnist conservatrice; William Welsh e Stephen Meyer. Oltre a Donald Graham, oggi presidente del Post, società quotata ma blindata al pari del New York Times e, fino a pochi giorni fa, del Wall Street Journal.
Che donna, quella Katie, salita fino a Sun Valley per ricordare ai potenti dell’informazione che, prima o poi, pure loro devono morire. O no? Quest’anno, lontano dai capannelli degli invitati,
hanno chiacchierato passeggiando a lungo John Malone, il re di Direct tv che dopo tre anni di trattative ha finalmente fatto pace con Murdoch e un vecchietto terribile, Sumner Redstone,
84 anni, padre padrone di Cbs e Viacom. Affari in vista? “No – confessa Redstone a Maria Bartiromo, la giornalista più sexy dell’informazione finanziaria – mi confidavo con un amico. E
sa che cosa mi ha detto? Sumner qualcuno di noi deve pur morire. Ma tu non morirai mai: è inutile, perciò, che perdi tempo a preparare la tua successione”.
Era l’11 luglio, mercoledì. Meno di un mese dopo Redstone ha liquidato la figlia Shari, 53 anni, fino a pochi giorni fa data per sicura erede dell’impero dopo 13 anni di successi. Era già capitato al fratello Brent. Che storie si consumano sul palcoscenico dei media, tra squali vincenti e immortali di celluloide capaci, come Redstone, di cacciare sui due piedi “quello squinternato di Tom Cruise”. Gente che tiene famiglia, nonostante tutto. Anzi. Gente che, Borsa o non Borsa, il potere lo tiene ben chiuso tra le mura di casa. Prima di passarlo, il più tardi possibile (o forse mai) agli eredi: mogli, ex mogli, figli o nipoti.
Non s’illudano i manager, anche di fronte alle situazioni più “politically correct”. Basta chiedere a Thomas Middelhoff, già apprezzatissimo e navigato manager di Bertelsmann. Nulla, al mondo, sprizza più civiltà ed educazione di casa Bertelsman, controllata dalla fondazione omonima voluta da Reinhard Mohn, erede della dinastia. Ogni anno 60-70 milioni di dividendi vanno ad alimentare progetti no profit in giro per il mondo, sotto una severa supervisione di tecnici e intellettuali. Una sorta di oasi, di paradiso al riparo dalla Borsa. Ma quando Middelhoff ha osato contraddire Frau Liz, cioè la signora Bertelsmann, è stato fatto fuori senza troppi complimenti.
Che sia elettronica o di carta, insomma, l’editoria è cosa di famiglia. Di famiglie chiuse, vecchio stampo, un po’ Buddenbrook, un po’ re Lear. Mai père Goriot, perché di padri che cedano il passo ai figli se ne vedono pochi. Anche nella “douce France”, dove Arnaud Lagardère, figlio di Jean-Luc, e Serge Dassault, figlio di Marcel, si danno un gran daffare per liberarsi dell’ombra paterna che li ha oscurati fino all’ultimo. Come è giusto, probabilmente, perché se si spezza il primato del capobranco, uomo o donna poco importa, sono dolori.
Ne sanno qualcosa i Bancroft, ormai felici, abbienti ma un po’ tristi ex proprietari dell’impero Dow Jones. A metà del luglio scorso, quando Murdoch prendeva il sole sotto i cieli di Sun Valley assieme a Michael Bloomberg, Bill Gates, Warren Buffett e così via, i Bancroft erano riuniti tra Boston e New York, con uno stuolo di avvocati collegati con mezzo mondo per far la conta della decisione dei trust, più di venti, in cui erano divise le azioni di famiglia. Eppure era passato soltanto un quarto di secolo dalla scomparsa di Jessie Bancroft Cox, l’ultima nipote di
Clarence Barron, l’uomo d’affari che nel 1902, per 130 mila dollari, aveva rilevato la ditta fondata da Charles Dow, un analista finanziario dalla salute fragile, e da Edward Jones, giornalista di vaglia che però, amante del lusso e delle belle donne com’era, aveva deciso di dedicarsi alla carriera dell’agente di cambio per guadagnare di più.
Che donna la signora Jessie Bancroft, capace di obligare Franklin Delano Roosevelt a giocare per intere serate a ma-jong. Allora, tra la fine della Seconda guerra mondiale e il 1982, il centro dell’impero del Wall Street Journal non stava a Manhattan, dove Barney Kilgore realizzava il miracolo di trasformare un foglio da 33 mila copie per addetti ai lavori in un quotidiano da un milione di copie all’inizio degli anni Sessanta. No, il centro stava a “The Oaks”, la villa di 28 stanze a Cohasset Harbour, Massachusetts. Qui Miss Cox, tra una regata e una corsa a cavallo, vigilava sull’indipendenza di un giornale che rifiutava la pubblicità della General Motors, se accompagnata dalla richiesta di “fare lobbying”. Qui venivano invitati, una volta l’anno, i reporters più bravi, in odore di Pulitzer. E tutti restavano folgorati dalla Grande Imperatrice che serviva il tè in tazze di porcellana d’epoca, affrescate da scene di caccia: un tappeto di fiori bianchi, il suo colore preferito, poi la sala di ricevimento, decorata dai bastoni da passeggio e dai cappelli di nonno Clarence, uno che, sul letto di morte, esalò l’ultimo respiro con la frase più classica per un giornalista: “Che c’è di nuovo?”.
Il congedo della nipote Jessie fu più spettacolare: aprile 1982 al momento del dolce, al pranzo per il centenario del Wall Street Journal all’esclusivo Club 21 di New York. “Ditemi
che diavolo c’entra questo con i miei Red Sox”. Già, l’ultima parola di questa vecchietta, 73 anni, all’apparenza così arzilla, fu per la squadra di baseball a lei più cara. Scherzi del destino.
E l’inizio del tramonto dei Bancroft, gente degnissima, ma senza la stoffa dell’editore. Eppure Jessie ci ha provato in tutti i modi. Il figlio, William Cox junior, è salito fino al rango di direttore commerciale di Dow Jones. Il nipote, William Cox III, ha lavorato al WSJ per 18 primavere, con alterna fortuna prima di sbattere la porta e rifugiarsi in Europa. I nipoti diretti di Jessie, sette in tutto, sono stati tra i primi ad ascoltare l’offerta di Murdoch. C’è da capirli: sono figli di Jane Cox ma nipoti, per via paterna, di Louis Kaufman, il banchiere che finanziò l’Empire State Building. Che però, prima dei soldi di Murdoch, erano quasi al verde. E zio Cox III, in rotta con la famiglia e con la gestione dell’azienda, da anni vive a migliaia di chilometri, all’ombra del Colosseo. Ed è proprio a Roma, l’autunno scorso, che gli uomini di Murdoch lo hanno avvicinato, prima tra i Bancroft, perché lanciasse il primo segnale ai familiari.
Nessuno lo ha preso sul serio. Ma “lo Squalo”, probabilmente, lo sapeva: un assedio così lo si conduce con discrezione, badando a sfibrare e a erodere le difese degli avversari. Anche dei più ostinati. E tra questi, senz’altro, il posto d’onore spetta alle tre figlie di Jane Bancroft, la sorella di Jessie. Una, Martha Robes, che in pratica vive su una barca a zonzo con il marito per gli atolli delle Isole Vergini, ha dichiarato che non ha intenzione di stare nemmeno per un secondo in una stanza in cui ci sia Rupert Murdoch: chissà come incasserà l’assegno.
La sorella, Elizabeth Steele, che siede ancora nel consiglio di Dow Jones, ha sbottato durante una delle riunioni di famiglia: “Avete il coraggio di guardare quella foto e di pensare di far soldi vendendo a Murdoch?”, e con la mano indicava il ritratto di Richard Perle, il reporter del quotidiano massacrato dai talebani in Afghanistan. Non è il caso di chiedersi se un giorno
la saga dei Bancroft diventerà cinema o serial tv. Ma quando questo succederà. Forse presto. Forse utilizzando i cartoons dei Simpson, destinati a portare, in versione hollywoodiana, altri
quattrini a palate nelle casse di John Malone che dal canto suo si accinge a presentare entro mercoledì 8 agosto un’offerta per Virgin Media, la tv via cavo inglese che Richard Branson ha
messo all’asta.
“E’ un modo per contrastare l’ascesa di Rupert – ha detto al Financial Times – si sentono radiazioni da Impero quando ci si avvicina a BSkyB, un po’ come in Guerre stellari”.
Malone come Luke Skywalker? Il primo a riderci su è Murdoch, cui piace di sicuro l’etichetta del cattivo. Ma è davvero così brutto il diavolo? Oppure è Repubblica, che paragona il suo arrivo a Monaco ‘38, ad aver di gran lunga superato la soglia del ridicolo? Potrà davvero “lo Squalo” pilotare a piacimento l’informazione finanziaria? O gli capiterà un infortunio come quello del funesto 29 ottobre del 1929, quando il giorno successivo al crollo della Borsa
il Wall Street Journal titolò: “Azioni solide dopo la caduta”?
Un’assoluzione parziale per “lo Squalo”, arriva da un pulpito inatteso: quello del Monde.
Già, il caso (o forse no) ha voluto che il 28 di luglio, proprio quando si avvicinava l’ora X dei Murdoch, sul quotidiano parigino così chic e così allergico ai Murdoch di tutto il pianeta, uscisse un ritratto di Jane Friedman, il talento dell’editoria che ha raddrizzato le sorti
di Harper Collins, acquistata da News Corporation in condizioni precomatose. “Nel 1997 Murdoch mi mandò a chiamare – racconta la star dei libri, allora alla Random House – E io volai da lui in California. Tanto non avevo niente da perdere: gli spiegai le mie idee sul mercato, misi subito in chiaro che non avevo nulla da spartire con le sue idee politiche reazionarie. E che non tolleravo ingerenze nelle scelte editoriali”. E lui ascoltò. “Alla fine – conclude Friedman – alzò il telefono e chiamò la Harper Collins a New York. Voglio quella donna, disse”.
Altro che squalo. A sentirlo dipinto così sembra quasi bonario. Lui, invece, si preferisce
più cattivo. O comunque più inviso ai “buoni”, che non hanno lesinato i siluri in questi mesi “storici”. Il tempo, soltanto il tempo dirà se “lo Squalo” ha visto giusto, pagando un ricco sovrapprezzo – il 60 per cento in più dei valori di Borsa – per dotare tv, Internet e
ogni altro genere di canale dei contenuti del Wall Street Journal, secondo la regola di Redstone per cui “the content is the King”. Oppure se l’operazione si rivelerà più complicata del previsto. Ma una cosa è certa: così come negli anni Ottanta Murdoch spezzò la dittatura
delle Unions a Fleet Street, cambiando il volto al giornalismo e alla società inglese, oggi “lo Squalo” ha dimostrato che le grandi famiglie dell’editoria americana non sono invulnerabili.
E al New York Times tremano. “Già, come farai caro Arthur Ochs Sulzberger Junior se qualcuno offrirà 35 dollari per azione del tuo gruppo?”, gli domanda con una punta di veleno
Jon Fine, columnist dei media di “Business Week”. Non è una domanda peregrina. I Sulzberger non godono di tanta popolarità fuori dalla famiglia: la metà dei voti che non fanno capo al clan, all’ultima assemblea di aprile, hanno votato contro. E tra i dissidenti figurano i bei nomi di Wall Street, a partire da Morgan Stanley (per protesta Arthur ha ritirato i quattrini dal conto). Certo, i Sulzberger sono un osso ben più duro dei pur potenti Bancroft.
I Sulzberger sono l’anima dell’America liberal, schierata contro l’establishment repubblicano oggi come nel 1971, quando Arthur Ochs “Punch” Sulzberger, il papà dell’attuale presidente diede il via alla pubblicazione dei Pentagon Papers, sette articoli che suonarono a condanna definitiva dell’intervento americano in Vietnam.
La stoffa politica è la medesima. L’attitudine al business, ahimè, lascia a desiderare. Certo,
l’ultimo dei Sulzberger, che a differenza dei Bancroft ha il controllo quasi assoluto dei pacchetti di famiglia – più una corporate governance a prova di bomba, perché ci vuole il parere di sei membri su otto del board, lui compreso, per approvare un’eventuale vendita
– ha suscitato grande scalpore nella stampa nostrana quando ha dichiarato all’israeliano Haaretz – naturalmente online – che tempo cinque anni potrebbe sparire l’edizione cartacea
del quotidiano.
Ma in patria nessuno si è impressionato più di tanto: Arthur Ochs Sulzberger Junior non gode, ahimè, fama di guru. Il conto economico non brilla, le avventure online, pur non disastrose come le incursioni nelle agenzie finanziarie del WSJ (l’operazione Telerate, letteralmente massacrata da Bloomberg, è costata un miliardo di dollari tondi), non hanno finora dato grandi soddisfazioni. E per quanto riguarda le previsioni sul futuro, come ha scoperto il Financial Times, il nostro Arthur paga regolarmente lo stipendio a un “futurologo”, Michael Rogers, che la pensa in maniera quasi opposta: “Penso – ha detto serafico due settimane dopo la sparata di Sulzberger – che sarà difficile fare a meno della carta. E’ uno dei mezzi meno costosi, a più alta risoluzione. E ce n’è in abbondanza”.
Che figura. Eppure Arthur junior è più orgoglioso della sua squadra che pensa il futuro, rispetto a Massimo Moratti dei suoi fanciulloni in nerazzurro: Michael Zimbalist, esperto online, più una costosa equipe in arrivo dai Media Lab del Mit, il laboratorio di Charles Negroponte. Ci sono un matematico, un linguista, un esperto di grafica e Rogers, un passato a Rolling Stones e a Newsweek, strappato a caro prezzo al Washington Post. Il nome
del dossier è un programma: “Progetto Manhattan”, sì proprio come quello che, nel deserto dell’Arizona, portò alla creazione della prima bomba atomica. Genio o soltanto eccentrico,
sarà la storia a deciderlo. Per ora, c’è chi, dopo aver visitato il laboratorio voluto da Sulzberger, ha definito Rogers e i suoi “una massa di dementi che cerca di imitare, senza esserlo i creativi di Silicon Valley, quelli che hanno fatto Google piuttosto che YouTube”.
Perfidamente, su Business Week, John Fine gli dice: “E’ stato fortunato che Murdoch abbia scelto il WSJ e non il New York Times. Certo, lei è più forte. E in giro c’è un sacco di gente pronta a investire dei quattrini pur di far sapere al mondo che ha salvato il NYT. Ma non s’illuda: nessuno mesi fa, avrebbe detto che era in preparazione un’offerta da cinque miliardi di dollari per il Wall Street. E se non si ha l’umiltà di ascoltare e di capire dove dirigersi in
un momento così particolare dell’infomazione si rischia grosso”.
A meno che Arthur Jr non convinca il resto della famiglia a blindare il controllo. Si tratta
di vendere un po’ di roba, per esempio il “Boston Globe” che Jack Welch, ex General Electric, ha una gran voglia di comprare, e di rompere il salvadanaio di famiglia ritirando tutte le azioni. Chissà, forse una scelta del genere toccherà ai figli: Arthur Gregg Sulzberger III che oggi fa gavetta presso “The Oregonians”, secondo una vecchia tradizione di famiglia; oppure Annie, la figlia che studia alla Brown University. Lui, Arthur III tira dritto per la sua strada, nel palazzo/reggia che Renzo Piano ha creato nel cuore di Manhattan, tra le ire dei soci che non comprendono la necessità di una spesa del genere. E dei dipendenti, che lo chiamano “Pinch” (“pizzicotto”) per distinguerlo dal padre, il famoso “punch” (“cazzotto”).
Ma i riflettori, oggi, sono tutti per la saga dei Redstone, cui fa capo il network più seguito d’America, la Cbs, un impero di sale e di teatri (1.528 sale in 120 città del mondo), la Paramount, compresa la Dreamworks di Steven Spielberg e Viacom, con il gioiello Mtv incorporato. Un gigante da 70 miliardi di dollari che lui controlla tramite la National Amusements, una holding all’80 per cento sua, il resto alla figlia Shari. Una cassaforte da otto miliardi di dollari, reclama il figlio diseredato, Brent.
Dammi un miliardo e 600 milioni e me ne vado, manda a dire, delusa per la mancata successione, la figlia Shari. Lui, l’immortale, risponde che “nessuno sta mandando via Shari. Semplicemente io sono la Viacom, io sono la Cbs. E agisco per il bene loro. Lo deciderà il consiglio, non io, chi, forse, un giorno mi sostituirà. Shari vuole i soldi? Li avrà, ma è una ragazza troppo in gamba, a cui voglio troppo bene, per pensare a una cifra del genere”. Vallo a trovare un Edipo più di Edipo di quello che unisce Sumner e la figlia avvocato penalista, tre figli, che si è occupata di business soltanto dal ’94, dopo il divorzio da Rabbi Ira Korff, che fino a quel momento aveva gestito la società. Shari, lo stesso talento del padre, capace di far miracoli alla guida dei teatri. Piccola, peperina, vivace. “Non hai capito quant’è bella la vita – dichiarava papà Sumner nato Rothstone prima di americanizzare un nome troppe ebreo – finché non hai conosciuto Shari”.
Poi, quando l’avvocato si è trasferita a New York e ha iniziato a occuparsi del cuore dell’impero, ecco la frattura con papà. Frattura conflittuale perché ancora tre mesi fa, per il compleanno del vecchio leone, Shari ha scritto una poesia in versi, due pagine fitte fitte, per esaltare il suo amore per il padre, nonostante il divorzio dalla mamma e l’arrivo di una matrigna (fuori dal business, però). E lui Sumner, quella poesia ce l’ha ancora appesa alla parete. Che storia, così ingenua, così crudele. Sumner è alla ricerca del santo Graal dell’immortalità. Oppure, più facile, del magico tocco che sembra averlo abbandonato.
Dov’è finito il
tycoon che scalava Mtv e il pubblico dei giovani? Oggi la Mtv generation cede il posto alla “Myspace generation” ma lui, un paio d’anni fa, si è fermato a un’offerta di mezzo
miliardo di dollari per il “social network” che Murdoch ha conquistato per 850 milioni. Dati i valori attuali, ha senz’altro avuto ragione “lo Squalo”. E che dire di Dreamworks? Le cronache
già parlano di un prossimo, clamoroso divorzio di Spielberg da Paramount, colpevole di non valorizzare il talento dei suoi amici (come Clint Eastwood, boicottato a suo dire in occasione del lancio di “Flags of our father”) e di aver cacciato l’amico Cruise in una maniera indegna, senza dirgli una parola. Eppure Redstone e Spielberg avevano pranzato assieme ventiquattr’ore prima.
No, difficile che basti un ricco assegno – dieci milioni di dollari – per la fondazione di Spielberg per le vittime dell’Olocausto. Hollywood già scommette che il maestro, una volta finito di girare le riprese del sequel di Indiana Jones alle Hawaii, inizierà un nuovo film: “Escape from Paramount”. A meno che Redstone non si riveli un nuovo Faust, vero invincibile demonio, senz’anima ma dalla carne immortale.
A che cosa si deve quel tocco di follia, di genio e quel pizzico di perversione e di furfanteria che sta dietro ai grandi dell’editoria? A quel modo strano di coltivare il gusto delle tribù. Come
capita in Europa o in Italia, a ben guardare i due cari nemici: Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi, uno che, al contrario di Redstone, si accontenta di campare cent’anni, probabilmente perché l’immortalità suona blasfema agli occhi di un cattolico papalino assai di più di quanto non appaia a Redstone, i cui avi nel ghetto di Praga trafficavano pietre filosofali e Golem impastati d’argilla.
La cultura c’entra. Ma fino a un certo punto. Perché se si guarda oltre i confini d’Europa, verso il nuovo mondo, si scoprono tycoon altrettanto ardimentosi, altrettanto orgogliosi. E
con attributi di tutto riguardo. Ecco la storia di Liu Changle, cinese di Shanghai, 55 anni, fondatore e proprietario di Phoenix Tv in omaggio al detto mandarino che suona cosi: Feng wei bai niao zhi wang, ovvero “la Fenice è il re di tutti gli uccelli”. Perché tutti i dipendenti,
spiega Changle, devono lavorare con la fenice stampata nella testa per fare i programmi migliori. E’ stato uno dei suoi 13 canali, Infonews, una sorta di Cnn in mandarino, a dare con ampio risalto la notizia della morte di Zhao Ziyang, il leader della Tiananmen morto dopo 15 anni passati agli arresti domiciliari. E’ stato lui a dare, in via esplicita l’assenso a Rose Luqiu, cronista a Pechino, il benestare per pronunciare quel nome che, da 15 anni, era proibito sillabare in pubblico.
Poi, quando a una delle autorità provinciali hanno cominciato a oscurare i canali di Phoenix, lui è corso di volata a Pechino facendo pubblica ammenda. “Noi camminiamo su una corda tesa – ripete – Se facciamo come dice il governo, la gente non ci guarda. Ma se diamo al pubblico quel che vuol vedere, il governo ci oscura. “Ma non vi passi per la testa di trovarvi di fronte a un dissidente, per carità. Un democratico, ma di una specie un po’ troppo popolare per i nostri gusti. E’ d’accordo con una democrazia che prevede il partito unico?, gli hanno chiesto i reporters del Washington Post. Liu, si legge, ha chiesto di riflettere sulla risposta. Una settimana dopo, via e-mail, a Philip Pan è arrivata questa replica: “Dipende dal punto di vista. Di solito, un partito unico viene associato a una dittatura e a una struttura politica chiusa. Ma la Cina è una dittatura? O una struttura chiusa? Io francamente non lo credo. Anzi, penso che sia ormai impossibile per chiunque illudersi di governare la Cina da solo, perché ormai è cresciuta una società troppo complessa, in grande evoluzione”.
Facile immaginare che una risposta così sia stata pensata dai vertici per i gusti del pubblico d’occidente. Ci voleva un volpone così per trattare con Murdoch. Il tycoon, assieme alla
moglie Wendy, ha comprato il 37 per cento di Phoenix per avere una sorta di lasciapassare per il Celeste Impero Rosso. Liu ha accettato perché gli servivano i satelliti di Star tv. Poi l’alleanza è andata in crisi perché ciascuno accusava l’altro di fare soprattutto i propri interessi. Oggi Murdoch ha soltanto il 17 per cento. Liu, che a Pechino qualche volta usa la limousine Red Flag che a suo tempo fu nientemeno che di Jiang Qing, la moglie del presidente Mao, anima della Banda dei Quattro, prosegue nella sua marcia un po’ felpata, un po’ misteriosa, verso il potere.
E’ una storia da romanzo, la sua. A 15 anni vide sfilare, incappucciati, i genitori spediti in campagna dalle Guardie Rosse come criminali politici. A 19, per evitare guai peggiori, si arruolò nell’esercito. E si fece strada nei giornali delle Forze Armate. “Erano reportages su truppe in colonna che marciavano leggendo Engels e Marx o altre fesserie del genere – ricorda – ma i comandi pensavano che fossi un genio”. Nell’87, quando già lavorava per la radio del Popolo, la grande occasione. Liu Changle viene a sapere di una missione a Washington di Yang Shangkun, il consigliere militare di Deng Xiao Ping. In ginocchio, chiede al capo servizio degli Esteri che gli venga affidato il servizio”.
Liu riuscì a conquistare Yang – ricorda Wu Xiaoyong, a quei tempi il redattore capo – E Yang cominciò a fidarsi soltanto di lui”. Un colpo da maestro, visto che Yang era destinato a diventare il presidente. Su quella relazione Liu ha costruito una fortuna. In termini economici, perché in quegli anni Liu sbarca a Hong Kong, con un potere quasi assoluto sull’import/export di greggio. “Se in quegli anni compravi petrolio al prezzo ufficiale, lo raffinavi, poi lo rivendevi in Cina con i permessi giusti al momento giusto non potevi non diventare ricco a palate”. E Liu riemerge, ricchissimo, nel 1993 con una proposta per i notabili di Pechino: un documentario in 12 puntate sulla vita di Deng Xiao Ping da rivendere alla tv di stato. Un’opera accurata senza citare, però, il fatto che fu Deng a ordinare l’attacco dell’esercito a Tiananmen.
Da allora è stata una crescita costante e tribolata. Liu è senz’altro un protetto dal potere. Le sue tv sono le più viste nei ministeri. Lo stesso Zhu Rongji, allora a capo del governo, confessò di essere un assiduo spettatore di Phoenix. Ma non mancano i momenti critici, l’ira dei censori di fronte agli scoop sulla Sars e sulla repressione della setta Falun Gong. E quando Liu decise di far partire il canale All News all’inizio del 2001, scattò immediata la reazione: per due anni il canale venne oscurato anche negli alberghi, con un salasso, in termini di mancata pubblicità, di 10mila dollari al giorno. Ma due anni (e parecchi milioni) dopo, Liu l’ha spuntata.
Un po’ come Berlusconi nel “Far West” delle tv, come denunciavano i nemici. Stessa pellaccia dura, ancor più coraggio per Lai Chee Ying, scappato a Hong Kong a 12 anni, l’uomo che con i suoi giornali continua a sfidare i potenti di Pechino. Il suo successo iniziale lo deve a Giordano, un marchio di abbigliamento “rubato” a Robert Giordano, un manager di Federated Express arrivato in Cina a metà anni Ottanta per far confezionare abiti per i grandi magazzini.
Lai ascoltò la lezione, poi corse a registrare il marchio. E scomparve. Sei mesi dopo, il boom. Inutile dire che Giordano non riuscì a trovarlo più.
Ma la vera passione era l’editoria. Dopo Tiananmen Giordano stampò milioni di t-shirt con i ritratti dei leader in galera. E Lai diede il via alla pubblicazione di Next Magazine, un tabloid aggressivo, popolare, ma con un’informazione finanziaria insider. Nel 1995 la nascita di
Apple Daily: 400 mila copie, il secondo giornale di Hong Kong, finanziato tutto di tasca sua – 100 milioni di dollari – perché nessuno voleva aver a che fare con uno così scomodo alla vigilia dell’arrivo delle truppe di Pechino. Ma Lai fece di peggio: Li Peng, scrisse un suo giornale, ha la testa di una tartaruga il che, in Cina, equivale al detto internazionale di “figlio di p…”. Gli andò bene, anzi benissimo: le autorità chiusero gli shops di Giordano in Cina. Lui vendette tutto per 187 milioni, ai massimi, poco prima dello scoppio della crisi asiatica. Ci vuole fortuna, tanta fortuna e un fiuto da cane da tartufi per diventare un “press baron” nel Far West dei paesi in piena, come torrenti che si scatenano dopo un’alluvione. Poi arrivano le fasi della bonaccia, quando i rivoli d’acqua si trasformano in tanti rami familiari.
Come è capitato ai big del paese dove la carta stampata gode della maggior fortuna ai giorni nostri: l’India. Qui si celebrano i successi dell’Hindustan Times (2,3 milioni di copie su quasi
8 milioni di quotidiani in inglese cui se ne devono aggiungere altri 23 milioni in lingua hindi) che fa capo alla famiglia Birla il cui numero uno, Krishna Kumar Birla, è l’ottavo uomo più ricco del pianeta. O del Times of India (2,6 milioni) della famiglia Sahu Jain, stirpe di una genia di commercianti, tra cui c’è anche il re dell’acciaio Lakshmi Mittal, perseguitati negli anni Trenta in quanto Agraval, gente invisa per l’abilità negli affari, al punto da dover emigrare dal Punjab per l’ostilità delle autorità locali. Ma ci vuol altro per spezzare un tycoon che si rispetti. Ad ogni latitudine: è la stampa, bellezza.