lunedì 27 agosto 2007

Chiesa italiana, gratuità e Soloni di via Solferino



















(Il Solone di via Solferino: Angelo Panebianco)


A distanza di quasi un mese, dacché la stampa italiana pare l’abbia ignorato, è d’obbligo tornare a un editoriale di Angelo Panebianco, dal titolo “Lo Stato predatore” sul “Corriere della Sera” del 7 agosto scorso. Ecco cosa afferma l’insigne politologo liberale nel tentativo di trovare i responsabili della crisi, non solo morale, del Paese:

«Gli italiani si scandalizzano per i privilegi dei politici e lo sperpero di denaro pubblico, ossia per le manifestazioni più visibili dell'azione dello Stato predatore, ma molti di loro sono colpevoli e complici. Colpevoli, soprattutto, di avere accettato idee sbagliate la cui diffusione rende più facile la vita dello Stato predatore. La principale fra queste idee sbagliate è che possano esistere «pasti gratis», ossia che si possa consumare oggi una risorsa… senza sottrarla a qualcun altro e senza compromettere la possibilità di generare altre risorse domani. Non è una idea di sinistra o di destra, è solo una idea sbagliata che legittima le spese improduttive e blocca lo sviluppo. Non è imputabile solo a certi settori sindacali o alla sinistra estrema. E’ presente in larghi strati della società. Ha probabilmente concorso alla sua diffusione una certa cultura cattolica. La Chiesa viene oggi accusata di tante colpe che, secondo me, non ha. Ma di una cosa, forse, è colpevole: di non avere mai promosso un’opera pedagogica di contrasto all’ideologia del pasto gratis (così diffusa in certi ambienti cattolici e, per loro tramite, nella società)».

Non si capisce – ma forse, rectius, si capisce benissimo - come il “Corriere della Sera” abbia potuto pubblicare una simile sequenza di castronerie. Che il caldo agostano abbia annebbiato le vigili menti dei preposti a vagliare i contributi editoriali? Oppure la disperata ricerca di una lenzuolata qualsiasi, per riempire le praterie brade e deserte delle pagine estive, ha prevalso sulla consistenza del testo?

L’elenco delle ovvietà e delle distorsioni contenute in poche righe dello scritto di Panebianco è allarmante. Nella sua ricerca di un colpevole, l’editorialista perde per strada non dei semplici pezzi, ma le stesse architravi del discorso cristiano sul lavoro e sull’economia. Ad esempio, perde (perché vogliamo pensare che perda, dunque che prima abbia trovato e conosciuto, piuttosto che credere il contrario!), il passaggio della seconda lettera ai Tessalonicesi, primo capitolo, versetti 6-12, in cui san Paolo afferma

«Vi ordiniamo pertanto, fratelli, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, di tenervi lontani da ogni fratello che si comporta in maniera indisciplinata e non secondo la tradizione che ha ricevuto da noi. Sapete infatti come dovete imitarci: poiché noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi. Non che non ne avessimo diritto, ma per darvi noi stessi come esempio da imitare. E infatti quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione. A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace».

Certo, nel capitolo sesto del Vangelo di Matteo, versetti 24-34 , Cristo spiega chiaramente il rapporto tra il cristiano e i beni terreni: «Nessuno può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e disprezzerà l'altro: non potete servire a Dio e a mammona. Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà gia le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena».

È la condanna definitiva di ogni visione economicista della vita umana, di ogni pretesa di porre il denaro al di sopra non solo di Dio, ma anche della persona.

Quello di Matteo, però, sembrerebbe essere l’unico ricordo che Panebianco ha del messaggio evangelico. Certo, estratto e manipolato, il testo evangelico può dare – e ha già dato molte volte nella storia – a qualche “testa fina” l’idea balzana che la Chiesa cattolica sia il luogo dove si predica l’ozio o, in una variante benevola e naïve, la visione di un mondo cattolico all’insegna del francescanesimo, mendicante giocondo e tutto sommato innocuo.

È una visione distorta, basata sulla risciacquatura della weberiana «etica protestante e lo spirito del capitalismo». Quello spirito che, secondo lo studioso di Erfurt, si coglie già in alcuni semplici assunti:

«Ricordati che il tempo è denaro; chi potrebbe guadagnare col suo lavoro dieci scellini al giorno, e va a passeggio mezza giornata, o fa il poltrone nella sua stanza, se anche spende solo sei pence per i suoi piaceri, non deve contare solo questi; oltre a questi egli ha speso, anzi buttato via, anche cinque scellini.
Ricordati che il credito è denaro. Se uno lascia presso di me il suo denaro esigibile, mi regala gli interessi, o quanto io in questo tempo posso prenderne. Ciò ammonta ad una somma considerevole se un uomo ha molto e buon credito, e ne fa buon uso.
Ricordati che il denaro è di sua natura fecondo e produttivo. Il denaro può produrre denaro, ed i frutti possono ancora produrne e cosi via. Cinque scellini impiegati diventano sei, e di nuovo impiegati sette scellini e tre pence e cosi via finché diventano cento lire sterline. Quanto più denaro è disponibile, tanto più se ne produce nell'impiego, cosi che l'utile sale sempre più alto. Chi uccide una scrofa, uccide tutta la sua discendenza fino al millesimo maialino. Chi getta via un pezzo di cinque scellini, uccide tutto quel che si sarebbe potuto produrre con esso: intere colonne di lire».

Certo, chi si ferma a Weber dimentica i grandi banchieri italiani del tardo Medioevo: come se la loro storia, assai precedente alla Riforma, non fosse costruita tutta su questi tre pilastri! Come se le banche cattoliche non fossero basate su una moderna cultura economica!

Ma ci sono altri passaggi del testo biblico che Panebianco forse non conosce. Ad esempio, i terribili ammonimenti contenuti nei capitoli quarto e quinto della lettera di Giacomo:

«E ora a voi, che dite: «Oggi o domani andremo nella tal città e vi passeremo un anno e faremo affari e guadagni», mentre non sapete cosa sarà domani! Ma che è mai la vostra vita? Siete come vapore che appare per un istante e poi scompare. Dovreste dire invece: Se il Signore vorrà, vivremo e faremo questo o quello. Ora invece vi vantate nella vostra arroganza; ogni vanto di questo genere è iniquo. Chi dunque sa fare il bene e non lo compie, commette peccato. E ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che vi sovrastano! Le vostre ricchezze sono imputridite, le vostre vesti sono state divorate dalle tarme; il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si leverà a testimonianza contro di voi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni! Ecco, il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre grida; e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore degli eserciti. Avete gozzovigliato sulla terra e vi siete saziati di piaceri, vi siete ingrassati per il giorno della strage. Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non può opporre resistenza».

Ma lasciamo anche da parte le Scritture! Al Solone di via Solferino sarebbe bastata una visita al sito Internet del Vaticano, per poter dare un’occhiata a quel testo fondamentale che è il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, presentato in Vaticano il 2 aprile 2004 da Cardinal Renato Raffaele Martino, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Dove si legge:

«Una comunità è solidamente fondata quando tende alla promozione integrale della persona e del bene comune; in questo caso, il diritto viene definito, rispettato e vissuto anche secondo le modalità della solidarietà e della dedizione al prossimo. La giustizia richiede che ognuno possa godere dei propri beni e dei propri diritti e può essere considerata la misura minima dell'amore. La convivenza diventa tanto più umana quanto più è caratterizzata dallo sforzo verso una più matura consapevolezza dell'ideale verso cui essa deve tendere, che è la « civiltà dell'Amore ».L'uomo è una persona, non solo un individuo. Con il termine « persona » si indica « una natura dotata di intelligenza e di volontà libera »: è dunque una realtà ben superiore a quella di un soggetto che si esprime nei bisogni prodotti dalla mera dimensione materiale. La persona umana, infatti, pur partecipando attivamente all'opera tesa al soddisfacimento dei bisogni in seno alla società familiare, civile e politica, non trova realizzazione completa di sé fino a quando non supera la logica del bisogno per proiettarsi in quella della gratuità e del dono, che più pienamente risponde alla sua essenza e alla sua vocazione comunitaria.Il precetto evangelico della carità illumina i cristiani sul significato più profondo della convivenza politica. Per renderla veramente umana, « non c'è niente di meglio che favorire il senso interiore della giustizia e benevolenza e del servizio al bene comune, e corroborare le convinzioni fondamentali sulla vera natura della comunità politica e sul fine, sul legittimo esercizio e sui limiti dell'autorità pubblica ». L'obiettivo che i credenti devono proporsi è la realizzazione di rapporti comunitari fra le persone. La visione cristiana della società politica conferisce il massimo rilievo al valore della comunità, sia come modello organizzativo della convivenza sia come stile di vita quotidiana».

Una simile ricerca avrebbe comportato una perdita di tempo troppo gravosa per l’Illuminato Editorialista, oppure l’avrebbe costretto a rivedere le sue tesi raffazzonate? Se leggersi il compendio era troppa fatica, forse sarebbe bastato scorrerne l’indice analitico. Dove si vede che il termine gratuità è associato a quelli di esperienza religiosa, operare divino, stile ispirato da Dio, evento di salvezza, agire gratuito del Signore e uomo, uomo e donna e gratuità divina, azione di Gesù e gratuità di Dio, amore gratuito di Dio e umanità, Padre e gratuità del dono divino del Figlio, creazione dell'uomo, atto gratuito di Dio, solidarietà e dimensione della gratuità, amore e rapporti di gratuità, persona e logica della gratuità.

La gratuità, dunque, non è citata in relazione ai pasti.
Nemmeno agli editoriali del primo quotidiano italiano.

Nicola Borzi
nicolaborzi@gmail.com

mercoledì 8 agosto 2007

IL CARTELLO SUI CARBURANTI / 1. Poco e male





















dalla "Stampa" di mercoledì 8 agosto 2007

Poco e male

di Francesco Manacorda

Se dovesse continuare così, a colpi di pesanti rimbrotti governativi e di esigui ribassi di due centesimi ogni giorno, si corre il rischio che il pieno per il ritorno dalle vacanze diventi praticamente gratuito.

Tranquillizzatevi subito, non sarà così.

Ma resta il fatto che lo sfoggio di ottima volontà dell’Agip - per due giorni consecutivi ha ridotto il prezzo dei carburanti in perfetta sincronia con le critiche venute prima da Pierluigi Bersani e poi da Romano Prodi - lascia intravedere l’ombra di un eccesso di zelo che poco ha a che vedere con il mercato: che lo si guardi dalla parte dei consumatori ma anche da quella degli azionisti del colosso petrolifero.

Quattro centesimi al litro per la benzina verde non saranno moltissimi ma - vale la pena di ricordarlo - rappresentano la promessa di riduzione complessiva dei prezzi che l’Agip (controllata dall’Eni) ha preso alcune settimane fa con l’Antitrust - e solo per i distributori self-service - nella speranza di evitare le multe che assieme agli altri gruppi petroliferi potrebbe ricevere per punire un presunto cartello sui prezzi. Adesso, potenza di eventi non troppo misteriosi, quei quattro centesimi si concretizzano in due soli giorni. E anche gli altri produttori, con ogni probabilità, seguiranno, visto che, di fatto, è il cane a sei zampe, grazie al suo potere di mercato, a fissare i prezzi anche per la concorrenza.

E' vero, nell’annunciare ieri il suo secondo ribasso, l’Agip ha voluto fugare ogni dubbio di sudditanza politica spiegando che il calo avviene «per effetto del proseguimento del trend al ribasso dei prezzi internazionali della benzina e del gasolio». Peccato però che, come autorevoli protagonisti del settore hanno spiegato in questi giorni, nell’ultimo anno il prezzo all’ingrosso della benzina verde sia sceso, in euro, di circa il 13 per cento.

Qualcuno ha mai visto ribassi anche pallidamente simili a quella percentuale a due cifre, facendo rifornimento al distributore sotto casa o in autostrada? Sembra più logico, allora, pensare che queste diminuzioni di prezzo, finora elegantemente dribblate, siano in qualche modo l’effetto obbligato delle critiche governative e della voglia dei vertici dell’Eni di non scontentare quel potere pubblico che in fondo è sempre l’azionista di maggioranza della società, con poco meno del 30% del capitale.

Poco male, si potrebbe dire: in fondo, anche grazie all’ondata di sana indignazione mediatica e politica, il pieno costerà meno e questo è ciò che conta. Ma pensarlo è una scorciatoia per almeno due motivi. Il primo riguarda il ruolo e gli azionisti dell’Eni - se il 30% è pubblico, l’altro 70% è in mano a privati e grandi investitori istituzionali - che non saranno entusiasti di vedere la loro società piegarsi in qualche modo a una, pur benemerita per molti, pressione politica. Il ribasso precipitoso rischia insomma di dimostrarsi una prova di immaturità societaria più che di responsabilità sociale.

Il secondo motivo riguarda più in generale un mercato inceppato dove si muovono pochi attori e dove la concorrenza stenta. Parlare di «oligopolio petrolifero» e contrapporlo al peso delle accise come causa degli alti prezzi della benzina, come ha fatto ieri il sottosegretario all’Economia, Alfiero Grandi, fa parte di un rimpallo di responsabilità, ma evidenzia anche un dato - quello che in Italia ci sono pochi operatori con movimenti sui prezzi spesso più sincronizzati di una squadra di majorettes - che difficilmente si può negare.

Nel mercato dei pochi operatori contenti e dei tanti consumatori insoddisfatti, abbassare i prezzi per decreto - o peggio ancora per rimbrotto - può anche ottenere un effetti immediato ma non è il modo migliore per arrivare a un’economia svincolata ed efficiente.

AMBROSIANO 25 ANNI DOPO / 6. Il racconto dell’ex Governatore Carlo Azeglio Ciampi




















dal "Sole 24 Ore" di mercoledì 8 agosto 2007

Ciampi: così salvammo l’Ambrosiano

L’ex Governatore ricostruisce le trame della P2 (a San Macuto molti documenti ancora da scoprire) - «Fu mia la decisione di garantire tutti i creditori in Italia» / Il mistero della morte: «Roberto Calvi? Un uomo abile, intelligente e ambizioso ma fortemente ambiguo. Non ho mai creduto alla tesi del suicidio» / Protagonisti: «Andreatta mi propose il nome di Bazoli, i suoi primi anni non sono stati facili». Il ruolo decisivo di Casaroli, segretario di Stato vaticano

di Ferruccio de Bortoli

Il presidente emerito della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, è in vacanza sull’Appennino. Quest’anno non andrà alla Maddalena, com’era solito fare, e non solo negli anni del Quirinale. «Qui c’è più fresco». L’agosto dell’82 lo ricorda bene. In particolare, il weekend del 7 e dell’8 agosto. Esattamente venticinque anni fa. Ore drammatiche. Ciampi dovette affrontare, da Governatore della Banca d’Italia, la più grave crisi bancaria del Dopoguerra. La decisione, dolorosa, di liquidare coattivamente il Banco Ambrosiano, allora principale istituto privato del Paese.

Una scelta felice, ma che ad alcuni (Cuccia, per esempio) appariva avventurosa se non temeraria, di organizzare un pool di salvataggio e di affidare il timone, in piena tempesta, a uno sconosciuto avvocato bresciano, Giovanni Bazoli. Un’operazione non priva di contrasti con il Governo, allora presieduto da Spadolini. L’ex ministro delle Finanze, Bruno Visentini, esprimeva più di un dubbio sull’operazione. L’Italia attraversava una crisi morale profonda, sconvolta dallo scandalo P2. La sua immagine internazionale appariva compromessa. La fotografia di Calvi impiccato sotto il ponte dei Frati neri a Londra aveva fatto il giro del mondo.

«Dobbiamo rivivere quell’atmosfera, ricordarci quegli anni, quei momenti di febbre alta della nostra democrazia». Bene ha fatto Draghi, secondo Ciampi, a sottolineare i meriti della vigilanza della Banca d’Italia e i limiti dell’azione, allora totalmente scoordinata, degli istituti centrali. «Certo, noi stringemmo d’assedio il Banco, ma non potevamo avere accesso alle informazioni sulle sue controllate estere, dove stava gran parte del marcio. Ricordo diverse riunioni fra governatori a Basilea. Io chiedevo ai miei colleghi, al governatore svizzero o a quello inglese, a quello lussemburghese (dove aveva sede il Banco Ambrosiano holding, ndr). Ditemi qualcosa. Nulla. Risposte negative. L’Ambrosiano allora era un gruppo bancario ramificato a livello internazionale. All’apparenza sano. Ma noi potevamo dare uno sguardo solo alla sede milanese. Una volta scoppiato lo scandalo, ci si accorse che le malefatte erano state compiute soprattutto nelle controllate estere, molte delle quali esotiche. In Italia il gruppo rimase robusto, con partecipazioni importanti, dal Varesino alla Cattolica del Veneto, alla Toro. La Centrale deteneva un importante pacchetto della Rizzoli-Corriere della Sera».

«La decisione della Banca centrale e del Governo fu quella di garantire tutti i creditori in Italia, ma non all’estero, dove non avevamo avuto la possibilità di accedere ad alcun documento. L’idea fu mia, molto contestata dal governatore della Banca d’Inghilterra Gordon Richardson, che se ne lamentò molto, ma giusta e inevitabile. E fu sancita dall’accordo di Basilea dell’83. Le racconto un episodio che può dare l’idea di come fosse difficile indagare sulle attività estere di un gruppo bancario, in mancanza di regole peraltro sui consolidati. Due dirigenti della Banca d’Italia furono inviati in Perù per poter indagare sul Banco Andino, controllato dall’Ambrosiano. Arrivarono in albergo a Lima e subito ricevettero l’ordine delle autorità di polizia locali di lasciare il Paese in 24 ore. All’aeroporto furono perquisiti minuziosamente per togliere loro qualsiasi documento. In Perù all’epoca esisteva una norma che sottraeva gli istituti esteri da qualsiasi obbligo di vigilanza. Il potere della P2 in America Latina era forte e diffuso».

Ciampi ricorda nei dettagli la lunga e febbrile notte nella quale insieme ad Andreatta prese la decisione di liquidare il Banco e poi quella di chiamare sei banche, tre pubbliche e tre private, ad organizzare il salvataggio. Qualcuno si tirò indietro? «Sì una banca di Bergamo, il Credito Bergamasco, subito sostituita dalla Banca Agricola Industriale di Reggio Emilia (oggi Credem). Realizzammo un piccolo miracolo. Gli sportelli del Vecchio Ambrosiano chiusero il venerdì in piena bufera, ma già lunedì aprirono con il nome di Nuovo Banco». Ciampi ricorda anche che tutto venne fatto per la prima volta, contratti compresi, con l’ausilio del telefax. Il Banco era stato appena quotato, su decisione della Consob di Guido Rossi. Un contrasto con via Nazionale che ebbe anche uno strascico giudiziario, addirittura penale. C’era l’idea di cambiare del tutto nome, di chiamarlo Credito del Nord? «Discutemmo a lungo su quell’Ambrosiano, lasciarlo, toglierlo. Ma fu giusto così, il nucleo italiano era sano. L’aspetto più delicato era nella partecipazione della Centrale nella Rizzoli, che si decise di non cedere e di trasferire al Nuovo Banco. Avemmo cura di garantire la continuità aziendale e di difendere il primo quotidiano italiano».

Come si arrivò alla scelta di Bazoli? «Le banche pubbliche del pool di salvataggio proposero il nome di Pier Domenico Gallo come direttore generale. E Andreatta mi suggerì, d’accordo con gli istituti privati, di nominare alla presidenza il professor Bazoli, allora vicepresidente della San Paolo di Brescia. Io non lo conoscevo. I suoi primi anni non sono stati facili. L’ho sempre sostenuto. E vanno riconosciuti tutti i suoi meriti. Ricordo una volta, eravamo alla riunione del Forex a Montecatini, e lui mi disse che temeva di essere accerchiato dalle altre banche milanesi. Vogliono assorbirmi, mi disse. Io incontrai subito dopo i giornalisti e dissi: "Il Nuovo Banco è aggregante non aggregando"».

E i rapporti con lo Ior e il Vaticano? «Distinguerei nettamente fra lo Ior, allora in mano a Paul Marcinkus, autore delle famose lettere di patronage, attraverso le quali attività oscure del Banco venivano fatte risalire all’istituto religioso, e il Vaticano. Andreatta fu inflessibile e fermo. Ma una grande mano ce la diede la segreteria di Stato, allora retta dal cardinale Agostino Casaroli che parlando con il ministro degli Esteri dell’epoca, Emilio Colombo, si disse disponibile a risolvere il caso secondo "uno spirito di verità e di giustizia". Una commissione formata da sei membri, tre di espressione vaticana e tre dello Stato italiano, ebbe accesso a tutta la documentazione, anche a quella più riservata. Il lavoro della commissione paritetica pose le basi per l’accordo con il quale lo Ior si impegnò a versare alla procedura concorsuale 250 milioni di dollari».

Quale insegnamenti attuali trarre dallo scandalo Ambrosiano, un quarto di secolo dopo? «Lo ha scritto bene Draghi, la commistione fra banche e politica è foriera di corruzione e guai. Ci vuole più concorrenza e più trasparenza. E una migliore governance. I consiglieri del Banco approvavano ciecamente quello che Calvi proponeva loro. Senza discutere». Che opinione aveva di Calvi, presidente? «Un uomo certamente abile, intelligente, ambizioso, ma fortemente ambiguo. Le dirò una cosa: non ho mai creduto alla tesi del suicidio di Calvi. E le aggiungerò una considerazione più generale. La commissione sulla P2, presieduta da Tina Anselmi, di cose ne scoprì molte. Alcune terrificanti, come mi disse lei stessa in diversi colloqui privati. Molte carte giacciono a palazzo San Macuto, ma nessuno le va a rileggere. Ci sono scritte molte cose, illuminanti sul nostro Paese. E anche attuali. Ma nessuno le va a riprendere, lo dico anche a voi giornalisti...».

martedì 7 agosto 2007

AMBROSIANO 25 ANNI DOPO / 5. La lezione del crac




















dal "Corriere della Sera" di lunedì 6 agosto 2007


La lezione del crac Ambrosiano

Per non ripetere gli errori di ieri maggiore concorrenza, mercati più aperti e controlli interni efficaci / No alla commistione banche-politica

di Mario Draghi

La crisi iniziò a manifestarsi nel giugno del 1982: il Banco Ambrosiano era, in un contesto dominato dalle banche di proprietà pubblica, fra le maggiori banche private italiane. Anche per questo, la crisi e le sue possibili ripercussioni sistemiche apparvero gravi. A provocarla furono operazioni fraudolente di enormi dimensioni: i poteri aziendali erano accentrati in capo a una sola persona, il presidente Roberto Calvi, che aveva costruito un conglomerato basato su un'articolazione estera complessa e opaca. Il ministro del Tesoro dell'epoca, Nino Andreatta, definì in Parlamento quella gestione «al di fuori di ogni logica bancaria». Di fatto Calvi esercitava un potere assoluto su tutte le attività del Banco, aveva esautorati il consiglio di amministrazione e il collegio sindacale. La spoliazione occulta dell'azienda avveniva attraverso le consociate estere, nel Lussemburgo, in Perù, a Nassau, dove transitarono verso una destinazione finale che mai fu del tutto chiarita 744 milioni di dollari, pari a oltre 1.000 miliardi di lire dell'epoca, 1,6 miliardi di euro dei giorni nostri. Gran parte fu perduta.

Pur rilevando aree oscure nella gestione del Banco, per parecchio tempo la Banca d'Italia non riuscì a incidere veramente per correggerla. L'ostruzionismo fraudolento dei suoi amministratori e, soprattutto, l'inadeguatezza delle norme di legge e regolamentari impedirono una percezione tempestiva dello stato di difficoltà del Banco. Le norme allora in vigore erano palesemente inidonee a consentire una efficace vigilanza su una banca con estese ramificazioni estere, molto attiva nei paradisi fiscali, difforme dai modelli prevalenti nel sistema bancario italiano del tempo. Quando, dopo i reiterati e infruttuosi richiami del Governatore Carlo Azeglio Ciampi al consiglio di amministrazione, si arrivò finalmente a scoprire la situazione gravissima del Banco, non vi era più spazio per un risanamento: il 14 giugno del 1982, due giorni dopo la notizia della misteriosa scomparsa di Calvi, la Banca d'Italia avviò una ulteriore ispezione; il 17 giugno il ministro del Tesoro, su proposta della stessa Banca d'Italia, dispose lo scioglimento degli organi amministrativi del Banco. Fu nominato in via d'urgenza un Commissario provvisorio, Vincenzo Desario, a quel tempo ispettore della Vigilanza, successivamente Direttore generale della Banca d'Italia.

Il 18 giugno fu ritrovato il cadavere di Calvi. Il 19 giugno l'amministrazione straordinaria del Banco fu affidata a Giovanni Battista Arduino, Alberto Bertoni e Antonino Occhiuto: un esperto banchiere a riposo, un docente di economia aziendale alla Bocconi, un ex membro del Direttorio della Banca d'Italia, in quel momento presidente dell'Istituto Italiano di Credito Fondiario. Rimasero in carica meno di due mesi: chiarita la situazione contabile, il 6 agosto 1982 il Banco Ambrosiano venne posto in liquidazione. La struttura nazionale della banca era però sana e funzionante: i dipendenti erano in grandissima parte estranei alla frode; la rete di relazioni con la clientela era vasta e proficua. La Banca d'Italia separò la responsabilità dell'imprenditore dall'azienda, di cui preservò la parte buona. I risparmiatori vennero tutelati. I creditori del vecchio Banco furono soddisfatti, con l'eccezione di quelli delle filiazioni estere, attraverso le quali si erano create le perdite; questi lo furono solo in parte. Anche grazie all'opera di persuasione di Beniamino Andreatta e di Carlo Azeglio Ciampi un gruppo di banche, pubbliche (Banca Nazionale del Lavoro, Imi, Istituto San Paolo di Torino) e private (Banca Popolare di Milano, Banca San Paolo di Brescia, Credito Emiliano e Credito Romagnolo), seppero percepire il valore ancora insito nell'azienda bancaria e apportarono nuovo capitale per 600 miliardi di lire, pari a quasi un miliardo di euro di oggi.

Nacque così il Nuovo Banco Ambrosiano, la cui presidenza fu affidata fin dal 6 agosto 1982 a Giovanni Bazoli. Il Nuovo Banco acquisì le attività e le passività del vecchio in liquidazione, pagando a quest'ultimo l'elevata somma di 350 miliardi di lire (oltre mezzo miliardo di euro di oggi) per l'avviamento. Il 9 agosto riaprirono gli sportelli con le nuove insegne. Il denaro pubblico impiegato nella liquidazione del vecchio Banco può stimarsi pari a meno di 300 milioni di euro di oggi. Il Nuovo Banco, libero dalle deviazioni del vecchio, manifestò presto una crescita vivace. Giocò un ruolo importante nel consolidamento del sistema bancario italiano, un ruolo che lo ha visto protagonista del periodo storico iniziato in quella estate del 1982 e conclusosi con l'operazione di fusione tra la Banca Intesa e l'Istituto San Paolo di Torino.

Alla luce di questi sviluppi, l'opera della Vigilanza della Banca d'Italia di allora appare oggi preziosa. A tessere le fila della transizione dal vecchio al nuovo Banco si distinse, fra gli altri, un giovane e brillantissimo funzionario, a capo dell'Ufficio Gestioni straordinarie e liquidazioni, Gabriele Berionne, prematuramente scomparso qualche anno dopo. Di quell'opera, svolta in stretta collaborazione con i liquidatori, beneficiarono anche l'accertamento delle responsabilità e il recupero dell'attivo. Vi fu un seguito istituzionale: nel 1983 venne stipulato il concordato di Basilea, che affermò il principio del consolidamento dei bilanci bancari. Da allora i supervisori possono valutare la situazione complessiva di un gruppo bancario indipendentemente da come attività e passività sono allocate fra casa madre e filiazioni estere. Iniziò in quell'occasione una intensa collaborazione internazionale tra le autorità di vigilanza che prosegue oggi in un continuo adeguamento agli sviluppi del mercato.

Ma da quella esperienza derivò anche un altro insegnamento fondamentale: i controlli esterni, tra cui quelli di vigilanza, con difficoltà riescono a prevenire situazioni di crisi specialmente quando vi è frode da parte degli amministratori. Più in generale, solo controlli interni efficaci, predisposti da organi aziendali ben regolati e funzionanti, possono rilevare tempestivamente i prodromi di situazioni critiche. La supervisione bancaria è efficace solo se nelle banche vigilate è assicurata la funzionalità della loro governance: da ciò l'attenzione con cui la Banca d'Italia ne segue le recenti innovazioni. Anche il ricordo dell'ambiente in cui avvenne lo scandalo dell'Ambrosiano può aiutarci a non ripeterne i tratti: poca concorrenza in un mercato del credito minutamente regolato dalle Autorità; mercati finanziari di scarso spessore al servizio di pochi individui; onnipresente commistione tra banche e politica; rigidi controlli sui movimenti di capitale che mortificavano la già debole proiezione internazionale delle nostre banche più grandi, mentre le piccole, orgogliose del campanile, respingevano ogni cambiamento. In un contesto oggi profondamente diverso, è cambiata, sta cambiando, la vigilanza della Banca d'Italia. Sulla profonda conoscenza del sistema bancario italiano, dei suoi protagonisti, della sua storia, essa vuole oggi innestare la tempestiva percezione delle direzioni di marcia della finanza internazionale, del moto delle forze di mercato; vi adegua le proprie strutture operative, con la consapevolezza dei suoi limiti di fronte a sviluppi incessanti di grandi dimensioni, ma con la determinazione che ne ha caratterizzato la storia.

AMBROSIANO 25 ANNI DOPO / 4. La morte di Paul Marcinkus «banchiere di Dio» in esilio





















dal “Corriere della Sera” del 22 febbraio 2006

Aveva 84 anni, viveva in Arizona. Lo Ior e i rapporti con Calvi e Sindona / Il coinvolgimento nel crac del Banco Ambrosiano. Dalla fine di papa Luciani al rapimento di Emanuela Orlandi, tutti i misteri d’Italia sui quali non ha mai voluto parlare

di Massimo Gaggi

«Non si governa la Chiesa con un'Ave Maria».

L'americano più potente della storia della Chiesa cattolica, l'uomo che è stato per 17 anni (dal 1971 all'89) il padrone assoluto delle finanze vaticane e che è stato accusato di crimini terribili, non ha mai voluto raccontare la «sua verità» né ai magistrati italiani che hanno tentato invano di arrestarlo per il crac del Banco Ambrosiano né alla stampa. Paul Casimir Marcinkus è morto ieri mattina (a 84 anni) nell'umile casa di Sun City, una cittadina nel deserto dell'Arizona, nella quale si era ritirato da molto tempo. Si lascia dietro una scia di misteri e questa frase, raccolta vent'anni fa dall'Observer, che ha finito per giustificare molti sospetti e ha favorito il proliferare delle ricostruzioni più romanzesche del ruolo avuto dal vescovo, figlio di un lavavetri lituano trapiantato a Chicago, nelle vicende finanziarie e nei rapporti politici della Chiesa. Le stesse circostanze della morte — ufficialmente ignote, anche se probabilmente si è trattato di un arresto cardiaco — contribuiscono ad alimentare cortine fumogene e illazioni che hanno accompagnato per decenni la parabola di monsignor Marcinkus.

Pesantemente coinvolto, in Italia, negli scandali politicofinanziari degli anni 70 e 80, alleato di personaggi come Michele Sindona e Roberto Calvi, il presidente dell'Istituto Opere di religione — la banca del Vaticano al centro del crac del Banco Ambrosiano — non ha mai risposto all'accusa di aver «svuotato» le casse dell'Istituto. Fondi che sarebbero serviti per finanziare, tra l'altro, la resistenza di Solidarnosc contro il regime comunista polacco e la lotta dei «contras» nel Nicaragua finito nelle mani dei rivoluzionari sandinisti. Questo sacerdote rude e spregiudicato che entrò nella Curia romana nel '69 e fu nominato vescovo nel 1981, è stato però sempre protetto da Giovanni Paolo II.

Il crollo dell'Ambrosiano e l'assassinio di Roberto Calvi risalgono all'estate del 1982. Emerse subito che gran parte dei 1.800 miliardi di lire sottratti alle finanze della banca erano finiti direttamente o indirettamente allo Ior o a organizzazioni indicate dalla banca vaticana. In un memorabile intervento alla Camera l'allora ministro del Tesoro Nino Andreatta chiese alla Chiesa e allo stesso Pontefice di riconoscere le colpe dello Ior e di correre ai ripari. Il cattolico Andreatta pagò questo atto di lealtà agli interessi della Repubblica con una lunga emarginazione: per molti anni la Democrazia cristiana gli negò ruoli di partito e di governo. La Chiesa non ammise mai le responsabilità dello Ior (anche se, dopo dispute infinite, restituì 250 milioni di dollari, una piccola parte delle cifre uscite dalle casse dell'Ambrosiano) e continuò a difendere Marcinkus anche quando, a metà degli anni 80, la magistratura italiana ne chiese l'arresto.

Protetto dalle mura del Vaticano e da un passaporto diplomatico, Marcinkus venne lasciato dal Papa alla guida dello Ior per ben sette anni dopo lo scandalo dell'Ambrosiano. Il «banchiere di Dio» — definizione alternativamente riservata a lui e a Calvi — uscì di scena solo nel 1989, mentre a Berlino cadeva il Muro.

La Chiesa ha fatto pagare a suo modo al vescovo-banchiere gli eccessi di quegli anni negandogli la porpora cardinalizia ed esiliandolo nel deserto del Nevada. Marcinkus, uomo di potere abituato a muoversi come un ministro o il capo di una grande «corporation», ha accettato senza battere ciglio il suo destino: non una parola e un impegno quotidiano nella piccola parrocchia di San Clemente. Unico brandello sopravvissuto del suo vecchio stile di vita, le partite a golf, sport per il quale aveva una grande passione. Ma anche quelle si erano rarefatte negli ultimi anni, dopo un intervento chirurgico alle anche.

In Italia il nome di Marcinkus resta legato alla stagione più torbida della storia politica del Dopoguerra: il tentativo della loggia massonica P2 e di alcuni ambienti finanziari di occupare varie istituzioni del nostro Paese. Una stagione macchiata dal sangue di molti delitti di mafia intrecciati con queste vicende politico-finanziarie, segnata dalle gesta della Banda della Magliana e sulla quale non si è mai riusciti a fare pienamente luce: molti dei protagonisti, a partire proprio da Calvi e Sindona, sono stati infatti «eliminati», mentre chi conosceva pezzi della realtà ha preferito tacere, lasciando campo libero alle accuse formulate (ma mai verificate) da «faccendieri» come Francesco Pazienza e Flavio Carboni.

La figura di Marcinkus ha continuato così a galleggiare per anni in un mare di accuse mai provate: non solo quelle della magistratura, prevalentemente a sfondo finanziario, ma anche le ricostruzioni di saggisti che lo hanno dipinto addirittura come il mandante dell'assassinio di papa Luciani. Il pontificato di Giovanni Paolo I durò appena 33 giorni: fu trovato morto all'alba del 29 settembre del 1978. Infarto, dissero i medici, ma alcuni libri pubblicati negli ultimi anni hanno puntato il dito su Marcinkus e sul cardinale Villot, allora segretario di Stato, accusati di aver architettato l'eliminazione di un pontefice «scomodo» che intendeva decapitare la Curia e riformare a fondo le finanze vaticane.

Di recente quei giorni e alcuni di quei personaggi sono tornati a galla, in una puntata della trasmissione “Chi l'ha visto”, nell'ambito della vicenda della scomparsa di Emanuela Orlandi. Il rapimento della giovane figlia di un dipendente del Vaticano sarebbe stato architettato, negli anni 80, per cercare di ottenere il rilascio di Ali Agca, il protagonista dell'attentato contro papa Wojtyla. Storie non supportate da alcun impianto probatorio i cui segreti — se ce ne sono — sono sepolti dietro i cancelli del Vaticano.

L'immagine di Giovanni Paolo II, il «Papa polacco che ha trionfato sul comunismo», non ha di certo risentito di queste vicende, anche se l'unico (piccolo) gruppo di teologi che si oppone alla sua immediata santificazione fa riferimento proprio alla libertà d'azione garantita a Marcinkus anche dopo lo scandalo dell'Ambrosiano.

Per l'Italia quello fu un passaggio difficilissimo: usando l'Ambrosiano come suo braccio finanziario, la loggia massonica clandestina P2 guidata da Licio Gelli tentò di infiltrarsi nei gangli vitali degli organi dello Stato e di conquistare perfino il Corriere della Sera (controllato allora dalla famiglia Rizzoli che teneva in piedi l'azienda coi finanziamenti di Calvi). Il 1982 fu l'anno terribile del crac della banca, della morte di Calvi, trovato impiccato a Londra, in una macabra messa in scena sulle rive del Tamigi, vicino al ponte dei Frati Neri. Seguì una vigorosa azione di salvataggio della banca, confluita nel Nuovo Banco Ambrosiano: la revisione della situazione contabile fece emergere con tutta evidenza che lo Ior aveva svolto un ruolo centrale nella gestione dell'Ambrosiano e nella «dispersione» delle sue risorse, finite soprattutto in America Latina.

Ne sono seguite battaglie giudiziarie infinite. Quella per l'Ambrosiano Overseas, conclusa di recente, è durata oltre vent'anni. I magistrati hanno ascoltato decine di testimoni e imputati in tutto il mondo. Salvo uno: Marcinkus.

AMBROSIANO 25 ANNI DOPO / 3. Quell’anno di attentati mafiosi con protagonista la Loggia P2





















dal “Sole 24 Ore” di martedì 7 agosto 2008, pagina 13

di Aldo Bernacchi

Liquidato il vecchio Ambrosiano, il Nuovo Banco nasceva, con atto del notaio Luigi Augusto Miserocchi, il 6 agosto 1982, mentre l’Italia stava vivendo l’annuale rito delle vacanze. Le spiagge, di giorno, invase dal martellante e ripetitivo Da da da, titolo e testo di una delle più stupide canzoni estive. Di sera, in discoteca tutti a ballare il Gioca jouer di Claudio Cecchetto. Ai balconi tante bandiere tricolori a festeggiare la vittoria degli azzurri del calcio al mondiale spagnolo. Era la solita Italia in bikini e canottiera. Ma sotto il Paese era percorso da una scia di sangue che si riproduceva ossessionante, sotto la continua minaccia di assassini replicanti come in Blade Runner, il film cult di Ridley Scott che stava uscendo nelle sale cinematografiche, contendendo a E.T. di Steven Spielberg il primato degli incassi.

Il 30 aprile era caduto per mano della mafia Pio La Torre, il segretario siciliano del Pci. Agli inizi di settembre il terribile agguato al generale Dalla Chiesa e alla sua giovane consorte. Nel mezzo la clamorosa implosione del Banco Ambrosiano e la morte di Roberto Calvi, il banchiere di Dio. La sua tragedia scoperchiava, come scrissero i giudici della bancarotta fraudolenta, «uno scenario di illeciti affari su cui si stagliava inquietante l’ombra della loggia massonica P2, tenebroso strumento di potere nel quale si amalgamavano e si componevano, come in una specie di stanza di compensazione, gli interessi di un Calvi erogatore di fondi e di tanti confratelli beneficiari con la rassicurante protezione di uomini di altissima posizione, anch’essi adepti, manager pubblici e privati, politici, ministri, alti gradi militari, capitani di industria e giornalisti».

In questo clima di veleni e di omertà nasceva il Nuovo Banco. In 25 anni è diventato una delle maggiori banche non solo italiane. Un quarto di secolo non è invece bastato a dare una firma all’omicidio di Calvi. L’ultimo a provare a dare un nome ai responsabili è stato il Pm romano Luca Tescaroli. Secondo il suo impianto accusatorio, Calvi fu ucciso «per impedirgli di esercitare il potere ricattatorio nei confronti dei referenti politico-istituzionali, della massoneria e dello Ior con i quali aveva gestito investimenti e finanziamenti di cospicue somme di denaro provenienti da Cosa nostra».

Una tesi che si basava anche su rivelazioni di mafiosi pentiti come Tommaso Buscetta, che per primo chiamò in causa come mandante dell’omicidio Pippo Calò, il cassiere della mafia, e come esecutore materiale il boss di Altofonte, Francesco Di Carlo. Per Calò e i suoi presunti complici, Ernesto Diotallevi (ex boss della banda della Magliana), Silvano Vittor (ex contrabbandiere che accompagnò Calvi nel suo ultimo viaggio verso la morte) e Flavio Carboni (l’ex imprenditore sardo entrato in affari con Calvi quando il banchiere si sentì abbandonato da Vaticano e P2 e che era con lui nelle sue ultime ore di vita al Chelsea Cloister di Londra), Tescaroli ha chiesto l’ergastolo ma il giudice di primo grado nel giugno scorso li ha assolti tutti per insufficienza di prove.

«Ora tutto è più difficile», ha ammesso il legale della famiglia Calvi commentando la sentenza romana, anche se resta aperto un fascicolo in cui ritorna il nome di Licio Gelli nel registro degli indagati per concorso in omicidio. Il venerabile, classe 1919, unico sopravvissuto dei grandi burattinai del crack Ambrosiano, è stato uno dei primi a essere arrestato per il fallimento del Banco, un buco alla fine risultato di 4.292 miliardi di lire. Fermato in Svizzera il 13 settembre 1982, il capo della P2 evase un anno dopo dal carcere di Champ Dollond rifugiandosi in Sudamerica. Il 17 febbraio 1988 venne estradato in Italia ma non mise mai piede in galera malgrado la condanna a 18 anni e mezzo nel processo di primo grado per la bancarotta fraudolenta. Pena in appello ridotta a 12 anni nel giugno 1996 e confermata in Cassazione nel 1998.

«Ora tutto è più difficile», ha ammesso il legale della famiglia Calvi commentando la sentenza romana, anche se resta aperto un fascicolo in cui ritorna il nome di Licio Gelli nel registro degli indagati per concorso in omicidio. Il venerabile, classe 1919, unico sopravvissuto dei grandi burattinai del crack Ambrosiano, è stato uno dei primi a essere arrestato per il fallimento del Banco, un buco alla fine risultato di 4.292 miliardi di lire. Fermato in Svizzera il 13 settembre 1982, il capo della P2 evase un anno dopo dal carcere di Champ Dollond rifugiandosi in Sudamerica. Il 17 febbraio 1988 venne estradato in Italia ma non mise mai piede in galera malgrado la condanna a 18 anni e mezzo nel processo di primo grado per la bancarotta fraudolenta. Pena in appello ridotta a 12 anni nel giugno 1996 e confermata in Cassazione nel 1998.

Un ruolo che, se pubblicamente rivelato, assieme ai finanziamenti occulti tramite il Banco al sindacato polacco di Solidarnosc, avrebbe potuto minare l’immagine carismatica di Papa Wojtyla. Stava forse per farlo la Consob che imponendo la quotazione a Calvi del Banco ne accelerò il tracollo. La fretta del Tesoro, guidato da Beniamino Andreatta, democristiano, per arrivare alla liquidazione del Banco tolse di fatto ogni potere di indagine alla Consob. Il che provocò le improvvise dimissioni del suo presidente Guido Rossi, che scrisse una lettera di fuoco all’allora presidente Consiglio, Giovanni Spadolini.

AMBROSIANO 25 ANNI DOPO / 2. L’enigma dei soldi scomparsi




















dal “Sole 24 Ore” di martedì 7 agosto 2008, pagina 13

di Aldo Bernacchi

«A 25 anni dal crack mancano all’appello 500 milioni di dollari: metà di questi capitali fanno forse parte del tesoro personale di Calvi a cui si è data la caccia per anni ma che non si è mai scoperto». È questa la cifra indicata da Paul Mousel, l’avvocato liquidatore del Banco Ambrosiano holding, cui faceva capo la ragnatela di partecipazioni estere del gruppo bancario presieduto da Calvi, al momento della liquidazione della filiale lussemburghese. Liquidazione che nel marzo 2005 chiudeva definitivamente, dopo quelle in Italia e a Nassau per l’Ambrosiano Overseas, le procedure di recupero dei crediti.

Quasi 23 anni di lavoro su tre fronti distinti per turare in parte una falla di 1,5 miliardi di dollari, pari più o meno alle risorse drenate dallo Ior e dalle sue finanziarie off-shore, come denunciò in Parlamento fin dalll’8 ottobre 1982 il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta che d’intesa con Bankitalia aveva messo in liquidazione il Banco il 6 agosto di 25 anni fa. Quanto al tesoro personale, in Lussemburgo va per la maggiore la tesi secondo cui i capitali potrebbero essere stati dirottati dal banchiere di Dio, nei tumultuosi giorni precedenti la sua fuga verso la morte, in una banca dell’Uruguay, controllata da una finanziaria lussemburghese dell’Ambrosiano. Altri sostengono che il tesoro abbia preso la strada dell’America - in Canada risiedeva la moglie di Calvi, Clara Canetti morta l’anno scorso - dopo essere forse transitato presso l’Inecclesia, una finanziaria venezuelana controllata dall’Opus Dei.

Dei tanti milioni di dollari erogati senza ritorno dall’Ambrosiano, un loro destinatario che agli inizi degli anni 80 doveva restare segreto - per ovvie ragioni di politica internazionale - è Solidarnosc il sindacato polacco, che Papa Wojtyla decise di aiutare nella sua lotta contro i comunisti al potere a Varsavia. E Paul Marcinkus, il cardinale che comandava sullo Ior, per esaudire la volontà del Pontefice si rivolse a Calvi. Lo ha confermato - nella deposizione dell’11 aprile 2006 al processo romano istruito dal Pm Luca Tescaroli – Francesco Pazienza, ex collaboratore del Sismi, poi consulente personale di Calvi. «Nel marzo del 1982 - ha dichiarato Pazienza - su incarico di Calvi con l’ok di Marcinkus mi occupai personalmente del finanziamento di 4 milioni di dollari. Si trattava di lingotti d’oro, arrivati a Danzica nel doppio fondo di una jeep».

Vaticano, Loggia P2, mafia e malavita sono stati i terminali ricorrenti della valanga di soldi usciti e rigirati dall’Ambrosiano. Che nella sola operazione Corriere della Sera – di cui il Vaticano, tramite la Giammei, una commissionaria di Borsa, era diventato il principale azionista occulto – impegnò e perse non meno di 250 miliardi di lire. Al contrario ogni ricapitalizzazione della Rizzoli era l’occasione di laute creste per i vari Licio Gelli, Umberto Ortolani e Bruno Tassan Din. Ma a differenza di altri "tesoretti" di cui si è persa la traccia, quello svizzero di Gelli - 150 miliardi di lire e 250 chili d’oro – venne confiscato nel febbraio 1996 dal tribunale penale ticinese e messo a disposizione delle parti civili danneggiate dalla bancarotta dell’Ambrosiano.

Tra i tanti misteri c’è anche una sequenza di omicidi o decessi in circostanza del tutto strane di personaggi che potevano rivelare verità scottanti, come la morte di Walter Pierre Siegenthaler, uomo fidato dell’Opus Dei, il potente direttore dell’Ambrosiano Overseas di Nassau, vittima di un incidente in montagna nel 1996 pochi giorni prima di essere interrogato in Italia. E l’Opus Dei è al centro dell’ultimo disperato tentativo di Calvi di trovare le risorse per salvare il Banco.

Un giallo nel giallo è il fondo segreto di 2.200 milioni di dollari gestito dall’Inecclesia, che Calvi cercò di sbloccare a Londra in extremis incontrando Alberto Jaime Berti. Ne ha parlato con i giudici italiani lo stesso Berti, ex presidente della finanziaria venezuelana legata all’Opus Dei, la cui principale finalità era riciclare capitali cancellando ogni traccia dei titolari. L’importo di quel deposito era abnorme ma aveva la raccomandazione dello Ior. E Berti eseguì. In seguito quel fondo, di cui erano titolari sei soci tra cui l’Opus Dei, lo Ior e forse lo stesso Calvi, venne dirottato verso una società panamense e quindi investito sul mercato americano. Lo sblocco chiesto da Calvi non fu possibile: troppo stretti i tempi. I certificati che consentivano la sua attivazione sarebbero finiti in una cassetta di sicurezza della Paribas di Ginevra per conto dell’Inecclesia. Calvi morirà nemmeno 48 ore dopo l’incontro con Berti portando con sé un altro dei tanti misteri legati al suo nome.



AMBROSIANO 25 ANNI DOPO / 1. Bazoli: "La mia vera storia all'Ambrosiano tra Calvi e la P2"





















dalla “Repubblica” di martedì 7 agosto 2007, pagine 12 e 13

L'attuale presidente di Intesa-San Paolo, nell'agosto di 25 anni fa prese in mano il Nuovo Banco che nasceva dal Vecchio travolto dagli scandali / "Quando mi proposero l'incarico esitai. Il quadro del Paese era drammatico con la mafia che dilagava e la loggia segreta appena scoperta"

di Massimo Giannini

"Fu un trauma. Ma anche grazie a quel trauma, è cambiata la storia del nostro sistema bancario". Tutto iniziò con quella firma. Domenica 8 agosto 1982: Giovanni Bazoli, per gli amici Nanni, allora "avvocato di provincia", decide di trasformarsi in "banchiere per caso". Mette la sua firma sull'atto di cessione dei liquidatori del vecchio Banco Ambrosiano al Nuovo Banco Ambrosiano e comincia un'altra storia. Il Presidente di Intesa-San Paolo quella storia non l'ha mai raccontata in un'intervista. Accetta di farlo per la prima volta, negli uffici dell'antica sede della Cariplo, ripercorrendo i fatti dell'Ambrosiano insieme ai misfatti dell'Italia di allora, fino a sfiorare l'Italia di oggi. La politica, il capitalismo, le banche. Bazoli oggi non vuole parlare dell'antagonismo che si è creato con l'altro grande polo nato dalla trasformazione di questi decenni, e cioè Unicredit-Capitalia, che gli ha tolto la palma di primo gruppo bancario italiano.

"Ho ottimi rapporti personali con tutti, con Geronzi e con Profumo. Non voglio fare polemiche con nessuno", dice. Ma non si nega il piacere di qualche battuta: "Nella nobile gara ingaggiata sportivamente con Profumo, possiamo dire che ora siamo sul 2 a 2. Lui si è complimentato con me quando comprammo la Comit nel '99, e io mi complimentai con lui quando concluse l'operazione con i tedeschi. L'anno scorso lui si congratulò con me per la fusione con il San Paolo, e adesso io mi congratulo con lui per la fusione con Capitalia...". Resta da capire chi segnerà adesso il 3 a 2. "Non so chi farà il prossimo gol - osserva Bazoli - ma so che se tra noi c'è una sana competizione questo è un bene per il paese, mentre diventa un male se tra i due gruppi si innesca un processo di contrapposizione, o peggio di scontro". Lui farà di tutto per evitarlo. Ma non ha cambiato idea sul conflitto di interessi che si è creato in capo a Unicredit-Capitalia negli assetti di Mediobanca e, a cascata, di Generali: "A me pare che un problema ci sia. Mi sembrava doveroso dirlo, e l'ho detto. Ora non voglio aggiungere altro".

Professor Bazoli, quale lucida follia, in quel lontanissimo agosto dell'82, la spinse ad accollarsi il disastro del vecchio Ambrosiano di Calvi?

"La verità è che, quando fui proposto per quell'incarico, esitai ad accettarlo. Furono le circostanze e le insistenze di alcuni autorevoli amici, che mi indussero, quasi mi obbligarono, ad addossarmi una responsabilità per la quale non mi sentivo affatto preparato. D'altronde, non solo io, ma tutti i protagonisti dell'operazione erano perfettamente consapevoli della difficoltà e dei rischi altissimi che l'impresa comportava. Farsi carico dell'eredità del Banco Ambrosiano voleva dire affrontare alcuni dei più gravi problemi dell'Italia di allora".

In che senso?

"Dovremmo calarci nel contesto storico in cui maturò la crisi del Banco Ambrosiano per comprendere la situazione drammatica in cui si trovava allora il nostro Paese. La vita nazionale era segnata da vicende inquietanti e torbide che sembravano minacciare le stesse istituzioni democratiche. E queste vicende erano strettamente intrecciate al dramma che si stava consumando all'Ambrosiano. Era scoppiato da poco lo scandalo della P2. La mafia dilagava. Le commistioni tra politica ed economia sembravano inestricabili. A giugno Calvi era stato trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra. Il tracollo del Banco Ambrosiano fu uno shock per tutta l'Italia, ma colpì soprattutto Milano. L'Ambrosiano era per antonomasia la banca della borghesia milanese, ma per di più il suo dissesto metteva a repentaglio anche la sopravvivenza della Rizzoli".

Chi la designò alla guida del Nuovo Banco?

"Alla vigilia di quell'incredibile weekend tra il 7 e l'8 agosto dell'82 si riunirono a Roma le banche che avevano dichiarato al ministro del Tesoro, Nino Andreatta, e al governatore della Banca d'Italia, Carlo Azeglio Ciampi, la loro disponibilità a subentrare nel Banco Ambrosiano. Il mio nome per la presidenza fu proposto da quelle banche, come poco dopo fu scelto dalle stesse come direttore generale Pierdomenico Gallo".

Lei se lo aspettava?

"Assolutamente no. Allora esercitavo la professione di avvocato nello studio di famiglia a Brescia e insegnavo all'Università Cattolica di Milano. Non avevo ancora cinquant'anni. Posso dire che non ero per nulla preparato né attratto dalla prospettiva di cambiare radicalmente condizioni di vita e di lavoro. Per questo all'inizio cercai di resistere alle pressioni. Tra l'altro pensavo (sbagliando) che la mia formazione di giurista non mi sarebbe servita per guidare una banca, per di più fallita. Ma quando addussi questo argomento per giustificare la mia riluttanza ad accettare, Ciampi replicò: "Io sono diventato Governatore della Banca d'Italia e sono laureato in lettere!"".

Come avvenne il passaggio dal vecchio al nuovo Banco?

"Una volta accertato che non esistevano le condizioni per la sua sopravvivenza, il dissesto dell'Ambrosiano doveva essere dichiarato e sanzionato. Il ministro decretò quindi, su proposta del Governatore, la liquidazione coatta della società. Una decisione inevitabile ma dirompente, che Andreatta adottò contro il parere dei maggiorenti del suo partito, che, da Andreotti a Piccoli, si adoperarono sino all'ultimo per cercare soluzioni che evitassero il fallimento. Una seconda decisione, anch'essa di importanza cruciale, riguardò il perimetro delle attività da cedere al Nuovo Banco che nasceva dalle ceneri della liquidazione. Fu deciso che fossero cedute tutte le attività italiane, compresa quindi la Centrale, la quale controllava la Banca Cattolica del Veneto, il Credito Varesino, la Toro Assicurazioni, nonché il 40% della Rizzoli. Anche questa decisione incontrò forti opposizioni in sede politica. Il ministro delle Finanze dell'epoca scrisse una lettera al presidente del Consiglio, che era allora Spadolini, sostenendo la tesi che la Centrale non dovesse essere ceduta al Nuovo Banco, per rimanere di competenza dei liquidatori. Il governatore Ciampi resistette alle pressioni, ben consapevole di assumersi un grande rischio personale se gli eventi successivi non avessero dato ragione alla sua scelta. Lui stesso mi ha confidato una volta che quella fu una delle decisioni più importanti e difficili del suo governatorato".Perché quella scelta fu così importante?"Perché il gruppo bancario costruito da Calvi, pur nelle condizioni di collasso in cui era venuto a trovarsi, rappresentava l'unico grande polo creditizio privato che in quel momento esistesse nel sistema creditizio italiano. Se il gruppo bancario ex Ambrosiano non fosse stato affidato al pool di istituti riuniti nel Nuovo Banco, sarebbe stato completamente smembrato ovvero assorbito dalla mano pubblica".

Parliamo di una stagione lontana anni luce da quella che viviamo oggi. Allora era la norma, lo Stato padrone imperversava ovunque.

"Sì, allora non era affatto normale che l'autorità si preoccupasse di difendere il settore privato. In un certo senso si deve riconoscere che quell'operazione anticipò la stagione delle privatizzazioni. Il pool di banche che fu messo in piedi per rilevare e rilanciare le attività dell'Ambrosiano era infatti composto per il 50% da quattro banche private (Popolare di Milano, San Paolo di Brescia, Credito Romagnolo e Credito Emiliano) che fronteggiavano il 50% posseduto da tre grandi banche pubbliche (Bnl, San Paolo di Torino e Imi). Per ovviare alla grande sproporzione tra le forze in campo, furono sottoscritti accordi volti a tutelare il 50% della banche private. Ma talvolta la storia ha esiti imprevedibili. Certamente nessuno allora avrebbe potuto immaginare che, nel tempo, sarebbe prevalsa la componente privata".

Torniamo a quel weekend di 25 anni fa.

"Il consiglio di amministrazione del Nuovo Banco Ambrosiano si riunì per la prima volta il venerdì 6, che fu l'ultimo giorno di vita del vecchio Banco. Il lunedì successivo gli sportelli avrebbero dovuto riaprirsi con le insegne "Nuovo Banco Ambrosiano". In appena due giorni furono espletate pratiche che in condizioni normali avrebbero richiesto mesi. Decretare la liquidazione di una banca, farne nascere una nuova, trovare l'accordo tra la nuova banca e i liquidatori della vecchia per la cessione dei beni: tutto fu fatto durante il weekend, con uno scambio serratissimo di documenti tra Milano e Santa Severa, dove Ciampi si trovava per il fine settimana".

E la famosa domenica 8 agosto?

"L'accordo con i liquidatori del Banco Ambrosiano fu firmato, nella sede milanese di Piazza Ferrari, pochi minuti prima della mezzanotte di domenica. Non posso dimenticare il momento in cui apposi la firma su quello storico atto, che ci trasferiva le attività e le passività del vecchio Banco. Avevo accanto a me il presidente del collegio sindacale, che mi esortò sino all'ultimo a non sottoscrivere l'accordo: "Professore, ci pensi bene. Questa firma può portare a conseguenze rovinose. Rovinose per lei personalmente e per tutti coloro che saranno coinvolti in questa avventura.. "".

Non aveva torto. La rovina la sfioraste più volte, dopo quell'agosto.

"In effetti, i primi due anni furono ad altissimo rischio. L'emorragia dei depositi, già in atto, continuò sino a limiti di rottura. Il primo bilancio, quello dell'82, si chiuse in perdita. Tra l'altro, dovevamo scontare un goodwill, a quel tempo enorme, di 350 miliardi, perché Andreatta era stato inflessibile nel sostenere che anche ad una banca fallita si dovesse riconoscere un avviamento. Negli ambienti finanziari erano molti quelli che preconizzavano il nostro insuccesso. Qualcuno ironizzava: "Al vecchio Banco è succeduto il Nuovo. Ora aspettiamo il Nuovissimo Banco". Fu in quel periodo che Cuccia mi disse la famosa frase: "Salvare l'Ambrosiano è come allacciarsi un cappotto partendo da un bottone sbagliato". Cominciai a temere che avesse ragione quando fui costretto, insieme al direttore generale Gallo, a prendere atto che l'insidia più grave di tutte era quella che minava la compagine del Nuovo Banco al suo interno. Non tutte le banche nostre azioniste si sentivano infatti impegnate a perseguire l'integrità e il rilancio del Banco. Le maggiori di esse, ad eccezione della Bnl, miravano a spartirsi le partecipazioni più pregiate e quindi attendevano con minori patemi di noi il momento in cui il Banco fosse costretto alla loro cessione".

Ricadeva sulle vostre spalle anche la grana del gruppo Rizzoli-Corriere della Sera: una questione di altissima valenza politica, che incrociava lo scandalo della P2.

"La fase estremamente critica in cui si trovava la Rizzoli scaturiva da una delle più torbide storie dell'Italia di quegli anni. Per due anni la sorte del gruppo editoriale del Corriere fu interamente nelle nostre mani, essendo noi i principali creditori e nello stesso tempo i primi azionisti, tramite il 40% posseduto dalla Centrale (mentre l'altro 40% di Angelo Rizzoli era sotto sequestro). Per fortuna, essendo stata disposta l'amministrazione controllata, tutti i passaggi e le decisioni avvennero sotto il controllo della magistratura. Il che ci mise al riparo dalle insidie più gravi che altrimenti avremmo corso. In quel periodo di emergenza fu essenziale l'opera di risanamento compiuta dai professionisti che mettemmo a capo dell'azienda, soprattutto Angelo Provasoli e Roberto Poli".

Ma il rischio di fallimento della Rizzoli restava incombente...

"L'opinione pubblica e anche il mondo politico erano radicalmente divisi. Alcuni infatti sostenevano che si dovesse prendere atto che la Rizzoli era in condizioni di dissesto. Ricordo, su questo punto, un confronto molto civile, ma netto, che io ebbi con Eugenio Scalfari proprio su Repubblica".

C'era anche una normativa che vi imponeva di cedere quella partecipazione?

"Sì, questo complicava ulteriormente le cose: le banche non potevano allora detenere azioni di società editoriali. Al Banco Ambrosiano era stata concessa una deroga temporanea. Giampaolo Pansa, in una delle mie prime interviste come presidente, rimase molto colpito - mi presentò come "angelo bianco" - quando gli assicurai che mi sarei dimesso se non avessi potuto rispettare quell'impegno. Dal quale, peraltro, derivava una conseguenza ineluttabile: se al termine dell'amministrazione controllata non avessimo trovato un compratore, non ci sarebbe stata alternativa al fallimento".

Ma lei riuscì a convincere l'Avvocato Agnelli a intervenire...

"Lo avevo conosciuto un anno prima a Cernobbio e si era mostrato assai interessato e incuriosito per il modo, che gli sembrava atipico, con cui avevo affrontato la sfida del Nuovo Ambrosiano. Pochi giorni prima della scadenza dell'amministrazione controllata lo chiamai. La mattina dopo ebbi la risposta positiva. Da allora si instaurò con lui un rapporto che, in ogni caso, io considero tra i più importanti e significativi della mia esperienza".

Quando si rese conto che ce l'aveva fatta, ossia che il Nuovo Ambrosiano era ormai definitivamente fuori dalla palude?

"Ne fui convinto nel maggio del 1985, quando andò in porto l'operazione warrant, riservata agli azionisti del vecchio Banco. La sottoscrizione si chiuse con un pieno successo. Era il segnale che aspettavamo: i vecchi soci, che avevano visto azzerarsi il valore del loro titolo, credevano nel futuro della nuova banca".

Eppure voi avete rischiato più volte di essere preda, invece che predatore. E ogni volta, il regista dell'aggressione è sembrato sempre lui, il Grande Vecchio: Enrico Cuccia.

"Allorché il Nuovo Banco fu risanato e rilanciato (ed è grande merito dei primi manager che l'hanno guidato: Gallo, Trombi, Salvatori), ci trovammo esposti a un diverso tipo di rischio: quello di finire nell'orbita di altri gruppi. La prima volta accadde nell'89, quando la Popolare di Milano decise di vendere la sua quota alle Generali, lasciando agli altri azionisti solo un mese di tempo per l'esercizio di un'eventuale prelazione. Ricevetti tale comunicazione mentre stavo per imbarcarmi per il Fondo Monetario. Non cambiai programma e proprio a Washington mi venne l'idea di proporre l'acquisto di quella quota al Crédit Agricole. Al ritorno ci furono ripetuti miei incontri segreti a Parigi con Philippe Jaffré, numero uno dell'Agricole, che allo scadere del mese presentò l'offerta vincente. Ma successivamente si trovò una soluzione transattiva anche con Generali".

Questo non impedì a via Filodrammatici di riprovarci, giusto?

"Nel '94 la Comit lanciò nei nostri confronti un'Opa del tutto impropria (visto che la legge non esisteva ancora). Fu in quella occasione che l'indipendenza del Banco corse il rischio più grave e che io mi trovai più esposto anche personalmente, perché l'obiettivo della Comit era quello di acquisire il controllo, ma anche di mettere in difficoltà sia la Banca San Paolo e la Mittel, da me rappresentate, sia il Crédit Agricole che cinque anni prima aveva osato sfidare il "salotto buono". L'aggressione fu respinta al termine di alcuni giorni che furono tra i più drammatici dell'intera mia esperienza. Nel '97, infine, la Comit si contrappose a noi nell'acquisto della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde. Anche questo è un capitolo di sapore romanzesco della nostra storia, perché nel frattempo tra me e Cuccia si era instaurato un rapporto così positivo e confidenziale che io gli avevo parlato della nostra intenzione sulla Cariplo. Lui mi aveva incoraggiato a procedere. Senonché, all'ultimo momento, spuntò un'offerta concorrenziale, ricalcata sulla nostra, da parte della Comit. Cuccia allora mi scrisse e prese esplicitamente le distanze da tale iniziativa. Il giorno dopo la Fondazione Cariplo approvò all'unanimità la nostra offerta. Quell'operazione diede il via a una stagione di straordinaria crescita grazie all'acquisizione della stessa Comit e alla svolta impressa da Corrado Passera: fino all'incontro della nostra storia con quella della grande banca torinese, il Sanpaolo Imi".

Che idea si è fatto di Cuccia, dopo tutte queste battaglie?

"E' impossibile esprimere in poche parole un giudizio su un uomo dalla personalità così complessa. Un protagonista della finanza e insieme un uomo di profondo spessore spirituale e di rara finezza culturale. Ma anche con lati enigmatici, difficilmente penetrabili. Il mio rapporto con lui ha avuto fasi alterne: ad un primo periodo di competizione subentrò un'esperienza di singolare vicinanza, sino al punto che nell'ottobre del '99 egli volle che la Comit, la sua creatura prediletta, fosse acquistata da noi".

Professor Bazoli, adesso parliamo un po' dei rapporti con i politici, perché lei in tutti questi anni di politica ne ha conosciuta parecchia.

"In nessun Paese del mondo è possibile gestire una grande banca o un grande gruppo industriale senza avere rapporti con il sistema politico. L'importante è che tali rapporti siano affrontati in una condizione di piena libertà e indipendenza. Quando, ad esempio, ai primi di ottobre del 1984, Craxi mi incontrò nei suoi uffici di Piazza Duomo e volle sapere con chi stavo trattando per il subentro nella Rizzoli, io rifiutai di rispondere, perché Agnelli mi aveva posto la condizione della riservatezza sino alla presentazione dell'offerta. Craxi replicò, gelido: "Allora i nostri rapporti si interrompono qui".... E da allora non ci siamo più incontrati".

Eppure di lei si continua a ripetere: è amico di Prodi, e per questo la fusione Intesa-San Paolo è targata Ulivo.

"Conosco e sono amico di Romano Prodi dai tempi dell'Università, ma posso affermare, senza tema di smentita, di non avere mai ricevuto da lui, come presidente del Consiglio, né una richiesta né un favore. A dimostrare l'assoluta inconsistenza dell'opinione secondo cui la crescita della nostra banca sia collegabile ad un determinato orientamento politico, può servire proprio il richiamo alla storia di cui abbiamo sin qui parlato, che è la storia di una delle due banche che hanno dato vita al nostro attuale gruppo. E non occorrerà poi ricordare ancora una volta come la fusione tra Banca Intesa e San Paolo Imi sia maturata senza interferenze e addirittura all'insaputa del potere politico".

Lei però nel 2000 fu indicato come leader del centrosinistra.

"E questo mi è rimasto cucito addosso come un segno indelebile. Ma, da quando ho questo incarico di banchiere, mi sono sempre imposto di astenermi da qualunque forma di impegno politico diretto. Ritengo che chi presiede una grande banca non debba poter essere giudicato "di parte" dai suoi dipendenti e dai suoi clienti: a questa regola mi sono sempre attenuto. E non credo di cadere in contraddizione se contemporaneamente affermo di seguire personalmente con interesse le vicende politiche e di avere grande rispetto per chi si impegna nel campo pubblico. Mi piace dire questo in una stagione in cui nel nostro Paese sembra prevalere l'"antipolitica"".

Ma quanto è cambiato il sistema bancario, da quell'agosto infuocato di 25 anni fa ad oggi?

"Sembra di vivere in un altro pianeta. Nonostante le tante critiche che continuano a piovere sul sistema, va riconosciuto che il mondo bancario italiano ha compiuto progressi enormi. Il processo di liberalizzazione e le privatizzazioni, favorite dalla legge Amato e poi dalla legge Ciampi, hanno prodotto una trasformazione epocale del sistema. Fondamentale in questo processo è stato anche il ruolo svolto dalle Fondazioni, che si collocano oggi tra i più importanti corpi intermedi della nostra società, oltre a essere preziosi investitori di lunga durata".

E oggi?

"Oggi abbiamo due gruppi creditizi di dimensioni inedite nel nostro Paese, capaci di giocare un ruolo da protagonisti in ambito europeo. Accanto a questi vi sono altri istituti che operano a livello nazionale o locale e che hanno raggiunto apprezzabili livelli di solidità e di efficienza. Inoltre sul mercato si registra una competizione che era impensabile fino a pochissimi anni fa".

D'accordo, ma sui costi non siamo ancora allineati agli standard europei, come non cessa di ricordarvi Mario Draghi.

"Questi richiami vanno accolti con la massima attenzione perché rappresentano uno stimolo a ricercare, come è sempre necessario fare, risultati migliori. Ma se mi volto indietro, se ripenso a quel week-end di agosto del 1982, non posso fare a meno di stupirmi del cammino compiuto sia dalla nostra banca sia dall'intero sistema".

lunedì 6 agosto 2007

Media / 2 - Stampa e sanità, l'intreccio italiano

















Lo strano rapporto tra sanità privata ed editoria, da De Benedetti agli Angelucci, da Rotelli a Ciarrapico-Caracciolo

Fabio Dal Boni per “Il Foglio”

I fanatici del dottor House ricordano di sicuro Edward Vogler, l’imprenditore di colore, cinico, grasso e pelato che investe 100 milioni di dollari quasi al solo scopo di diventare presidente dell’ospedale e licenziare il beniamino del pubblico. E grazie alla fortunata serie tv gli italiani hanno anche capito che la sanità privata è un affare super redditizio. Come al solito qualcuno l’ha capito prima di loro e, senza l’aiuto televisivo, si esercita da tempo al Monòpoli delle cliniche che in Italia vale una torta di 24-25 miliardi di euro, sui circa 100 miliardi complessivi della sanità, suddivisa tra privati e istituzioni religiose attivi in ospedali, case di cura, residenze sanitarie e strutture psichiatriche e riabilitative.

L’ultimo colpo l’ha messo a segno Carlo De Benedetti, azionista di maggioranza della Cir, finanziaria alla quale insieme al gruppo editoriale Espresso-Repubblica fa capo anche la Holding Servizi Sanitari (Hss). L’ingegnere non è di colore (abbronzato sì), né grasso (forse un po’ sovrappeso), né pelato, ma anche lui ha investito 100 milioni (di euro) per comprare il gruppo Santo Stefano, leader nelle Marche nella gestione di case di cura per anziani. Nel pacchetto non era compreso il dottor House; ci sono però 730 posti letto che valgono oro nella crescita in questo settore della compagnia debenedettiana, che in quattro anni di vita ha portato il fatturato a 185 milioni di euro e con acquisizione dopo acquisizione (nel gruppo sono entrate anche le Residenze Anni Azzurri, una decina di case per la terza e quarta età dislocate soprattutto al nord) punta a superare i 215 milioni di ricavi e i 4.500 letti gestiti.

Il perché di tanto interesse per camici e bisturi si può leggere in controluce anche sulla stampa: a ogni incidente o disservizio nelle strutture pubbliche scatta la gogna mediatica e il paragone con il sistema di altri paesi, primo fra tutti quello americano dove la sanità si paga e funziona (ovvio, per chi è coperto dall’assicurazione anch’essa privata). Allora si nota, forse per pura coincidenza, che ospedale fa rima con giornale: Carlo De Benedetti possiede Espresso, Repubblica, 16 quotidiani locali, un paio di radio (Deejay e Capital), una televisione (All Music-Rete A), blog e canali Internet. Gli Angelucci sono dei giganti della sanità e al tempo stesso si sono classificati a destra e sinistra dell’arco editoriale con Libero e Riformista.

Carlo Caracciolo ha appena rotto il sodalizio con l’Ingegnere (dirottando i suoi interessi giornalistici sulla testata francese Libération) e non compartecipa più alle cliniche di Hss: ha le sue attraverso Eurosanità, società in cui divide ricavi e posti letto con Giuseppe Ciarrapico e vari gruppi laziali (compresa Capitalia). Da lì gestisce il Policlinico Casilino e Villa Stuart, per limitarsi alle strutture più note. Ma la lista non è finita, il re della sanità privata, Giuseppe Rotelli, proprietario della San Donato, ormai vicina al miliardo di fatturato annuo, ha sfondato prima con le cliniche provenienti dal fallimento del medico Poggio Longostrevi (la Sant’Anna di Brescia e la Beato Matteo di Vigevano) e dopo con l’acquisto delle aziende ospedaliere di Antonino Ligresti (fratello del costruttore Salvatore), in fuga dal settore dopo il rogo della camera iperbarica del Galeazzi (ma, lasciata l’Italia, è da tempo rientrato in pista in Francia).

Eppure, Rotelli non si accontenta di avere la pedina vincente sul tabellone del Monòpoli, anche lui vuole (ardentemente vuole) i giornali: ha comprato quasi l’otto per cento della Rcs, la holding che controlla il Corriere della Sera, con periodici e libri Rizzoli, e aspetta paziente (solo per rimanere in tema di cliniche) di essere chiamato a far parte del salotto buono milanese.

Per sua stessa ammissione si è “dato due anni per riflettere sul mondo dei giornali”. Intanto confessa candido “amo i giornali, sogno di fare l’editore”. E, in effetti, una casa editrice l’ha aperta, si chiama “Editoriale I Lumi” ma è inattiva, poi si vedrà. Un’esperienza (finita male) l’ha fatta con la Voce di Indro Montanelli. Avrà pure buttato nella carta qualche manciata di miliardi di vecchie lire ma ha potuto osservare in azione il maestro di Fucecchio, il compianto numero uno del giornalismo italiano. Vuoi mettere?

Un bel diversivo rispetto a ortopedici e psichiatri, infermieri e portantini. Ecco perché, tanto per tenersi in forma, ha speso oltre 200 milioni (di euro) per studiare i giornali aspettando fuori dalla porta del Corriere con il suo pacchettone di titoli: solo Mediobanca e Fiat ne hanno più di lui, gli altri 14 membri ammessi al patto di sindacato seguono a molta distanza in quanto a titoli. Lui però attende paziente di essere chiamato. Sì, come un cliente delle sue cliniche sta seduto bello tranquillo a leggersi il giornale mentre la moglie è lì che sforna un parto trigemellare. In fondo che cosa sono 200 milioni di euro per il Rotelli-Vogler? Poco meno di 400 miliardi di vecchie lire.

Con altri 100 miliardi in più (in tutto ha messo sul tavolo 500 miliardi) nel 2000 ha rilevato in blocco il regno sanitario di Antonino Ligresti: cinque aziende ospedaliere per 1.204 posti letto e 1.879 dipendenti, altro che dottor House. Ne aveva già nove di case cliniche. Il suo gruppo è nato per idea del padre Luigi, chirurgo pavese, che fonda nel 1957 l’istituto di Cura Città di Pavia. Nel 1969 si aggiunge il Policlinico San Donato, ma è suo figlio Giuseppe, classe 1945, professore e avvocato, che nel 1980 allarga le dimensioni del fatturato a suon di acquisizioni, tutte in Lombardia. Oggi possiede 17 ospedali nella regione, per 8.146 dipendenti (di cui 1.801 medici), 3.677 posti letto e 2,1 milioni di pazienti l’anno: oltre al Policlinico San Donato e all’ortopedico Galeazzi, le cliniche milanesi La Madonnina e Città di Milano, gli stabilimenti ospedalieri a Monza, Carate Brianza, Como, Pavia, Vigevano, Bergamo e ben tre a Brescia. “La Lombardia – sostiene Rotelli – è la regione più ricca d’Europa dopo quella di Parigi, anzi è una nazione di nove milioni di abitanti, c’è spazio per crescere ancora”.

Il forte radicamento nel bresciano rivela i suoi legami col presidente del gruppo bancario Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli, anche attraverso i potenti commercialisti milanesi Strazzera, vicini al banchiere, ai quali è affidato il collegio sindacale della holding Papiniano che sta in vetta al suo impero e della quale Rotelli è amministratore unico e unico socio. L’addentellato sanitario lombardo è nel dna di Rotelli: fin dai primi anni 70 è stato uno dei responsabili dell’avvio della macchina della Regione Lombardia, mossa con vigore dalle influenti correnti democristiane e socialiste dell’epoca. Sotto la presidenza di Piero Bassetti costituì l’ufficio legale della giunta regionale. Sua l’impronta legislativa sui piani ospedalieri e sanitari in Lombardia, di cui col tempo è diventato il massimo esponente: oggi l’otto per cento dei posti letto nella regione, pari al 9,2 per cento del valore dei ricoveri ordinari, sono del gruppo San Donato.

Se in Lombardia si dice clinica e si scrive Rotelli, in dialetto romano la parola sanità si legge Angelucci. La famiglia Angelucci domina da 25 anni la scena ospedaliera nel Lazio attraverso la Tosinvest (dalle prime due lettere dei fondatori Antonio, più noto come Tonino, e sua moglie Silvana). Ma a differenza di Rotelli, rimasto accanitamente lombardo, il gruppo capitolino ha aperto il primo ospedale a Velletri e si è esteso fino ad accumulare oltre 30 strutture specializzate in tutta Italia per circa 3.500 posti. Dei tre figli della coppia To-Si, i gemelli Alessandro e Andrea (37 anni) e Giampaolo (36), il più esposto mediaticamente è quest’ultimo perché è lui che ha il pallino dei giornali, un filone che oggi copre il dieci per cento delle attività del gruppo, e della finanza (la famiglia possiede il 2,1 per cento ed è nel patto di sindacato di Capitalia, e con la fusione diventerà azionista della nuova Unicredit).

Le amicizie politiche spaziano dai Ds agli esponenti di Alleanza nazionale, forti i legami con Massimo D’Alema e altri esponenti di sinistra (il presidente di Tosinvest, Carlo Trivelli, è figlio del parlamentare comunista Renzo) ma anche quelli con Gianfranco Fini. Le manovre editoriali degli Angelucci sono andate negli ultimi anni quasi di pari passo con quelle elettorali: prima l’esperienza all’Unità a fine anni Novanta con l’assunzione del 24 per cento del giornale già sull’orlo del fallimento, poi l’uscita dall’editoria e il rientro nel 2001 con l’acquisto della testata Libero, il quotidiano di Vittorio Feltri, ed infine con l’operazione che li ha portati al controllo del Riformista.

La capacità di muoversi nei palazzi della politica si è manifestata però anche in campo immobiliare: per esempio con la presa in carico degli asset di Beta Immobiliare, la società tramite la quale Massimo D’Alema, Piero Fassino e Walter Veltroni e il tesoriere Ugo Sposetti hanno riossigenato la cassa del partito, cedendo Botteghe Oscure agli Angelucci. I quali ultimamente – anche non volendolo – riescono a rimarcare con clamore il sostegno finanziario offerto a destra e a manca, come quello a Maurizio Costanzo nella guerra del teatro Brancaccio con Gigi Proietti, per una questione di affitti e di progetti artistici.

Le strutture in carico alla Tosi Sanità, la società cui è affidato il business delle cliniche, viaggiano sotto il nome San Raffaele (nel sito Internet se ne contano 22, dall’ospedale di partenza di Velletri a Ostuni in Puglia, a Rocca di Papa a Sulmona e così via). Non si tratta di un plagio rispetto al San Raffaele di Milano, l’istituto di Don Luigi Verzè. Anzi, questi a metà ’99 s’impegna nella creazione di una struttura gemella nella capitale. L’allora ministro, Rosy Bindi, ostacola l’operazione fino a costringere il sacerdote a vendere. Pur di non cedere al ministero, che si fa avanti con gli Istituti fisioterapici ospedalieri (Ifo) e offre 181 miliardi di lire non sufficienti a coprire i debiti, Don Verzè firma con gli Angelucci che la comprano versando 270 miliardi. Per rivenderla a 318 miliardi, giusto un anno dopo, alla stessa Bindi.

E nell’ambito degli accordi presi con Don Verzè a Tosinvest resta l’utilizzo del marchio San Raffaele. A Roma prima degli Angelucci c’era Giuseppe Ciarrapico. E c’è ancora. Villa Stuart, Policlinico Casilino e Quisisana erano alcuni dei suoi gioielli, travolti dai debiti e ceduti alla Banca di Roma nel ‘98 insieme alla holding Sanità, che tra l’altro aveva rilevato le Terme di Bognanco, sono stati poi ricomprati da Ciarrapico (oggi a guidare le manovre c’è il figlio Tullio) insieme alle famiglie Paganini e Miraglia (altro pioniere del settore privato con il gruppo Giomi: cinque grandi ospedali, due residenze sanitarie e 20 case di cura) e al principe Carlo Caracciolo.

Una vita, anche per l’imprenditore ciociario ex presidente della Roma calcio, spesa attorno alle tipografie, con la tormentata parentesi da mediatore nella battaglia di Segrate fra De Benedetti e Silvio Berlusconi. La società che li accomuna è la Eurosanità, della quale la Banca di Roma (poi assorbita in Capitalia) è rimasta con una quota di poco superiore al dieci per cento. Con Caracciolo un ruolo di primo piano nel business delle cliniche se l’è ritagliato anche Milvia Fiorani, ex direttrice generale dell’Espresso e stretta collaboratrice del fondatore del gruppo rimasto a De Benedetti. Ospedali e giornali, forse solo un fatto simbolico per Gianfelice Rocca che è proprietario di un altro colosso della sanità privata, la Humanitas, con strutture a Rozzano (Milano), Bergamo, Torino e Catania, ma che siede al tempo stesso nel consiglio di amministrazione di Rcs Quotidiani, la editrice del Corsera.

Nell’azionariato della Humanitas, che fa capo alla Techint della famiglia Rocca ed ha acquisito anni fa le storiche cliniche Gavazzeni di Bergamo, figurano come soci minori la Reale Mutua di Assicurazioni, Centrobanca e la Bracco Holding della presidente degli industriali milanesi di Assolombarda, Diana Bracco. Solo Lombardia e Lazio sono le terre promesse della sanità privata, che ormai copre il 44 per cento dell’offerta ospedaliera complessiva, con il 21,3 per cento dei posti letto, il 12 per cento degli addetti e ospitano 15 degenti su 100? Al fondo della Penisola, l’offerta arranca.

In Sicilia, per esempio, sostiene Barbara Cittadini, presidente regionale dell’Aiop, l’associazione che fa parte della Confindustria e raggruppa le imprese dell’ospedalità privata, “le strutture sono medio-piccole e questo toglie un po’ di appeal alle acquisizione da parte dei grandi del settore”. Finora solo Humanitas si è mossa, comprando a Catania, e adesso pare sia in trattativa per l’acquisto di un’altra struttura. “La regione siciliana – insiste la Cittadini – è un buon terreno di sviluppo: dal 48 al 70 per cento della spesa regionale è nel settore sanitario. E i privati hanno tutta l’esperienza e le capacità per rendere profittevoli aziende sanitarie che oggi non lo sono. Qui la domanda di servizi di qualità cresce sempre di più”. Rotelli, De Benedetti, Angelucci, Caracciolo-Ciarrapico, avanti c’è posto. Già, ma a giornali laggiù come stiamo?

Media / 1 - Le grandi dinastie della stampa Usa (e non solo)
















Un po’ Buddenbrook e un po’ Re Lear, le ultime dinastie dei giornali

Non solo i Bancroft. Ricordate Katie Graham, la regina del Washington Post? Dietro la grande stampa c’è sempre stata una grande famiglia. Resiste quella del NYT. Sì, ma ancora per quanto?

Dal “Foglio” di domenica 5 agosto 2007

di Ugo Bertone

Rupert Murdoch, camicia hawayana e bermuda d’ordinanza, si aggirava nella hall al fianco di Wendy Deng, la moglie cinese in jeans e semplicissima t-shirt. Cento metri più in là, nel parco, Lachlan Murdoch, uno dei figli dello “Squalo”, dribblava assieme alla moglie Sarah l’assedio dei reporter. Avete fatto la pace? Sta per rientrare in News Corporation? “No, questo è un posto splendido. E non vedo la ragione per non venirci anch’io”. E via, con una sgommata, su una Toyota Avalon. Papà Rupert, intanto, è in altre faccende affaccendato: è lui il re della festa, il più fotografato e intervistato alla convention più seguita e celebre di un G8 o di un conclave, che ogni anno, nel cuore dell’estate, fa convergere decine di elicotteri nei cieli di Sun Valley, Idaho.

Perché qui, su invito di Paul Allen, colui che assieme a Bill Gates diede il via a Microsoft, si riuniscono i trecento uomini (e donne) che decidono le sorti dell’industria dei media. In America, ma non solo. Ci sono tutti, magari solo per rispetto alla leggenda: perché il mito dice che qui, nel 1999, su un campo da golf prese il via il matrimonio da 164 miliardi di dollari tra Time Warner e Aol. Prima ancora fu qui, ai piedi delle Sawtooth Mountains, che furono fissati i paletti dell’unione tra Walt Disney e Abc. Ed è qui che, il 17 luglio del 2001, dopo un improvviso malore e una caduta, morì dopo tre giorni di agonia la donna simbolo dell’America delle rotative: Katharine Graham, per più di cinquant’anni, dal 1938 al 1991, anima e carattere del Washington Post, la donna del Watergate.

“Dite a Katie Graham che se esce quella roba le sapremo render pan per focaccia”, sibilò John Mitchell procuratore generale di Richard Nixon a Carl Bernstein. Santa ingenuità: davvero un presidente degli Stati Uniti pensava di poter fermare l’unica donna che teneva testa a François Meyer, il genio di Lazard che Enrico Cuccia rispettava come suo pari per capacità intellettuale? Una che, al momento di scegliere un consigliere d’affari, si rivolse a Warren Buffett, altro amico per la vita. Katie Graham, bambina viziata da una corte di governanti, tate e tutori nel castello di Mount Kisco, il più delle volte trascurata dalla mamma Agnes Ernst, attivista del Partito repubblicano, amica di artisti e anima ribelle, una che in casa, quando c’era, portava gente del calibro di Auguste Rodin, Marie Curie, Albert Einstein o Eleanor Roosevelt. E’ lei, Katie, che più di ogni altro contribuì a fare del giornale che il padre aveva comprato nel 1933 a un’asta fallimentare nella macchina da guerra capace di fare e disfare le carriere del Congresso.

Non fu un matrimonio facile quello della giovane Katharine Meyer, con Philip Graham, brillante avvocato sfornato dalla Harvard School e presto diventato l’eminenza grigia di due giudici della Corte suprema, ma anche abile manager e politico. Tra Philip Graham, immerso nei giochi del potere al punto da essere stato il grande burattinaio della scelta di Lyndon B. Johnson come vicepresidente nel 1960, e la giornalista che a cena si accompagnava ai Kennedy o a Mc-Namara piuttosto che, anni dopo, con Nancy e Ronald Reagan furono spesso scintille e baruffe. Finì male: nel 1963, Katie scoprì che il marito stava vendendo le sue confidenze a una giornalista di “Newsweek”, l’australiana Robin Webb, e lo cacciò di casa. Lui chiese il divorzio, chiese gli alimenti e annunciò di voler sposare Robin. Poi, scena degna di James Dean, salì sul palco di un congresso di giornalisti a Phoenix in Arizona per declamare, ubriaco fradicio, che il presidente Kennedy aveva una relazione con Mary Pinchot Meyer, parente della moglie.

Katie non si perse d’animo. Affittò un aereo, volò a Phoenix e si riportò indietro il marito ingozzato di sedativi per poi ricoverarlo in una clinica psichiatrica, il Chesnut Lodge. Mesi dopo Philip, durante un permesso dalla casa di cura, si suicidò. E Katie, lungi dal perdersi d’animo, s’inventò da giornalista a editore, appoggiandosi per la gestione a Benjamin Bradlee e a Buffett per la finanza. Per 28 anni, dal 1963 al ‘91, lei fu il Washington Post. Senza trascurare i quattro figli: Elizabeth, detta Lally, stimata columnist conservatrice; William Welsh e Stephen Meyer. Oltre a Donald Graham, oggi presidente del Post, società quotata ma blindata al pari del New York Times e, fino a pochi giorni fa, del Wall Street Journal.

Che donna, quella Katie, salita fino a Sun Valley per ricordare ai potenti dell’informazione che, prima o poi, pure loro devono morire. O no? Quest’anno, lontano dai capannelli degli invitati,
hanno chiacchierato passeggiando a lungo John Malone, il re di Direct tv che dopo tre anni di trattative ha finalmente fatto pace con Murdoch e un vecchietto terribile, Sumner Redstone,
84 anni, padre padrone di Cbs e Viacom. Affari in vista? “No – confessa Redstone a Maria Bartiromo, la giornalista più sexy dell’informazione finanziaria – mi confidavo con un amico. E
sa che cosa mi ha detto? Sumner qualcuno di noi deve pur morire. Ma tu non morirai mai: è inutile, perciò, che perdi tempo a preparare la tua successione”.

Era l’11 luglio, mercoledì. Meno di un mese dopo Redstone ha liquidato la figlia Shari, 53 anni, fino a pochi giorni fa data per sicura erede dell’impero dopo 13 anni di successi. Era già capitato al fratello Brent. Che storie si consumano sul palcoscenico dei media, tra squali vincenti e immortali di celluloide capaci, come Redstone, di cacciare sui due piedi “quello squinternato di Tom Cruise”. Gente che tiene famiglia, nonostante tutto. Anzi. Gente che, Borsa o non Borsa, il potere lo tiene ben chiuso tra le mura di casa. Prima di passarlo, il più tardi possibile (o forse mai) agli eredi: mogli, ex mogli, figli o nipoti.

Non s’illudano i manager, anche di fronte alle situazioni più “politically correct”. Basta chiedere a Thomas Middelhoff, già apprezzatissimo e navigato manager di Bertelsmann. Nulla, al mondo, sprizza più civiltà ed educazione di casa Bertelsman, controllata dalla fondazione omonima voluta da Reinhard Mohn, erede della dinastia. Ogni anno 60-70 milioni di dividendi vanno ad alimentare progetti no profit in giro per il mondo, sotto una severa supervisione di tecnici e intellettuali. Una sorta di oasi, di paradiso al riparo dalla Borsa. Ma quando Middelhoff ha osato contraddire Frau Liz, cioè la signora Bertelsmann, è stato fatto fuori senza troppi complimenti.

Che sia elettronica o di carta, insomma, l’editoria è cosa di famiglia. Di famiglie chiuse, vecchio stampo, un po’ Buddenbrook, un po’ re Lear. Mai père Goriot, perché di padri che cedano il passo ai figli se ne vedono pochi. Anche nella “douce France”, dove Arnaud Lagardère, figlio di Jean-Luc, e Serge Dassault, figlio di Marcel, si danno un gran daffare per liberarsi dell’ombra paterna che li ha oscurati fino all’ultimo. Come è giusto, probabilmente, perché se si spezza il primato del capobranco, uomo o donna poco importa, sono dolori.

Ne sanno qualcosa i Bancroft, ormai felici, abbienti ma un po’ tristi ex proprietari dell’impero Dow Jones. A metà del luglio scorso, quando Murdoch prendeva il sole sotto i cieli di Sun Valley assieme a Michael Bloomberg, Bill Gates, Warren Buffett e così via, i Bancroft erano riuniti tra Boston e New York, con uno stuolo di avvocati collegati con mezzo mondo per far la conta della decisione dei trust, più di venti, in cui erano divise le azioni di famiglia. Eppure era passato soltanto un quarto di secolo dalla scomparsa di Jessie Bancroft Cox, l’ultima nipote di
Clarence Barron, l’uomo d’affari che nel 1902, per 130 mila dollari, aveva rilevato la ditta fondata da Charles Dow, un analista finanziario dalla salute fragile, e da Edward Jones, giornalista di vaglia che però, amante del lusso e delle belle donne com’era, aveva deciso di dedicarsi alla carriera dell’agente di cambio per guadagnare di più.

Che donna la signora Jessie Bancroft, capace di obligare Franklin Delano Roosevelt a giocare per intere serate a ma-jong. Allora, tra la fine della Seconda guerra mondiale e il 1982, il centro dell’impero del Wall Street Journal non stava a Manhattan, dove Barney Kilgore realizzava il miracolo di trasformare un foglio da 33 mila copie per addetti ai lavori in un quotidiano da un milione di copie all’inizio degli anni Sessanta. No, il centro stava a “The Oaks”, la villa di 28 stanze a Cohasset Harbour, Massachusetts. Qui Miss Cox, tra una regata e una corsa a cavallo, vigilava sull’indipendenza di un giornale che rifiutava la pubblicità della General Motors, se accompagnata dalla richiesta di “fare lobbying”. Qui venivano invitati, una volta l’anno, i reporters più bravi, in odore di Pulitzer. E tutti restavano folgorati dalla Grande Imperatrice che serviva il tè in tazze di porcellana d’epoca, affrescate da scene di caccia: un tappeto di fiori bianchi, il suo colore preferito, poi la sala di ricevimento, decorata dai bastoni da passeggio e dai cappelli di nonno Clarence, uno che, sul letto di morte, esalò l’ultimo respiro con la frase più classica per un giornalista: “Che c’è di nuovo?”.

Il congedo della nipote Jessie fu più spettacolare: aprile 1982 al momento del dolce, al pranzo per il centenario del Wall Street Journal all’esclusivo Club 21 di New York. “Ditemi
che diavolo c’entra questo con i miei Red Sox”. Già, l’ultima parola di questa vecchietta, 73 anni, all’apparenza così arzilla, fu per la squadra di baseball a lei più cara. Scherzi del destino.
E l’inizio del tramonto dei Bancroft, gente degnissima, ma senza la stoffa dell’editore. Eppure Jessie ci ha provato in tutti i modi. Il figlio, William Cox junior, è salito fino al rango di direttore commerciale di Dow Jones. Il nipote, William Cox III, ha lavorato al WSJ per 18 primavere, con alterna fortuna prima di sbattere la porta e rifugiarsi in Europa. I nipoti diretti di Jessie, sette in tutto, sono stati tra i primi ad ascoltare l’offerta di Murdoch. C’è da capirli: sono figli di Jane Cox ma nipoti, per via paterna, di Louis Kaufman, il banchiere che finanziò l’Empire State Building. Che però, prima dei soldi di Murdoch, erano quasi al verde. E zio Cox III, in rotta con la famiglia e con la gestione dell’azienda, da anni vive a migliaia di chilometri, all’ombra del Colosseo. Ed è proprio a Roma, l’autunno scorso, che gli uomini di Murdoch lo hanno avvicinato, prima tra i Bancroft, perché lanciasse il primo segnale ai familiari.

Nessuno lo ha preso sul serio. Ma “lo Squalo”, probabilmente, lo sapeva: un assedio così lo si conduce con discrezione, badando a sfibrare e a erodere le difese degli avversari. Anche dei più ostinati. E tra questi, senz’altro, il posto d’onore spetta alle tre figlie di Jane Bancroft, la sorella di Jessie. Una, Martha Robes, che in pratica vive su una barca a zonzo con il marito per gli atolli delle Isole Vergini, ha dichiarato che non ha intenzione di stare nemmeno per un secondo in una stanza in cui ci sia Rupert Murdoch: chissà come incasserà l’assegno.

La sorella, Elizabeth Steele, che siede ancora nel consiglio di Dow Jones, ha sbottato durante una delle riunioni di famiglia: “Avete il coraggio di guardare quella foto e di pensare di far soldi vendendo a Murdoch?”, e con la mano indicava il ritratto di Richard Perle, il reporter del quotidiano massacrato dai talebani in Afghanistan. Non è il caso di chiedersi se un giorno
la saga dei Bancroft diventerà cinema o serial tv. Ma quando questo succederà. Forse presto. Forse utilizzando i cartoons dei Simpson, destinati a portare, in versione hollywoodiana, altri
quattrini a palate nelle casse di John Malone che dal canto suo si accinge a presentare entro mercoledì 8 agosto un’offerta per Virgin Media, la tv via cavo inglese che Richard Branson ha
messo all’asta.

“E’ un modo per contrastare l’ascesa di Rupert – ha detto al Financial Times – si sentono radiazioni da Impero quando ci si avvicina a BSkyB, un po’ come in Guerre stellari”.
Malone come Luke Skywalker? Il primo a riderci su è Murdoch, cui piace di sicuro l’etichetta del cattivo. Ma è davvero così brutto il diavolo? Oppure è Repubblica, che paragona il suo arrivo a Monaco ‘38, ad aver di gran lunga superato la soglia del ridicolo? Potrà davvero “lo Squalo” pilotare a piacimento l’informazione finanziaria? O gli capiterà un infortunio come quello del funesto 29 ottobre del 1929, quando il giorno successivo al crollo della Borsa
il Wall Street Journal titolò: “Azioni solide dopo la caduta”?

Un’assoluzione parziale per “lo Squalo”, arriva da un pulpito inatteso: quello del Monde.
Già, il caso (o forse no) ha voluto che il 28 di luglio, proprio quando si avvicinava l’ora X dei Murdoch, sul quotidiano parigino così chic e così allergico ai Murdoch di tutto il pianeta, uscisse un ritratto di Jane Friedman, il talento dell’editoria che ha raddrizzato le sorti
di Harper Collins, acquistata da News Corporation in condizioni precomatose. “Nel 1997 Murdoch mi mandò a chiamare – racconta la star dei libri, allora alla Random House – E io volai da lui in California. Tanto non avevo niente da perdere: gli spiegai le mie idee sul mercato, misi subito in chiaro che non avevo nulla da spartire con le sue idee politiche reazionarie. E che non tolleravo ingerenze nelle scelte editoriali”. E lui ascoltò. “Alla fine – conclude Friedman – alzò il telefono e chiamò la Harper Collins a New York. Voglio quella donna, disse”.

Altro che squalo. A sentirlo dipinto così sembra quasi bonario. Lui, invece, si preferisce
più cattivo. O comunque più inviso ai “buoni”, che non hanno lesinato i siluri in questi mesi “storici”. Il tempo, soltanto il tempo dirà se “lo Squalo” ha visto giusto, pagando un ricco sovrapprezzo – il 60 per cento in più dei valori di Borsa – per dotare tv, Internet e
ogni altro genere di canale dei contenuti del Wall Street Journal, secondo la regola di Redstone per cui “the content is the King”. Oppure se l’operazione si rivelerà più complicata del previsto. Ma una cosa è certa: così come negli anni Ottanta Murdoch spezzò la dittatura
delle Unions a Fleet Street, cambiando il volto al giornalismo e alla società inglese, oggi “lo Squalo” ha dimostrato che le grandi famiglie dell’editoria americana non sono invulnerabili.

E al New York Times tremano. “Già, come farai caro Arthur Ochs Sulzberger Junior se qualcuno offrirà 35 dollari per azione del tuo gruppo?”, gli domanda con una punta di veleno
Jon Fine, columnist dei media di “Business Week”. Non è una domanda peregrina. I Sulzberger non godono di tanta popolarità fuori dalla famiglia: la metà dei voti che non fanno capo al clan, all’ultima assemblea di aprile, hanno votato contro. E tra i dissidenti figurano i bei nomi di Wall Street, a partire da Morgan Stanley (per protesta Arthur ha ritirato i quattrini dal conto). Certo, i Sulzberger sono un osso ben più duro dei pur potenti Bancroft.

I Sulzberger sono l’anima dell’America liberal, schierata contro l’establishment repubblicano oggi come nel 1971, quando Arthur Ochs “Punch” Sulzberger, il papà dell’attuale presidente diede il via alla pubblicazione dei Pentagon Papers, sette articoli che suonarono a condanna definitiva dell’intervento americano in Vietnam.

La stoffa politica è la medesima. L’attitudine al business, ahimè, lascia a desiderare. Certo,
l’ultimo dei Sulzberger, che a differenza dei Bancroft ha il controllo quasi assoluto dei pacchetti di famiglia – più una corporate governance a prova di bomba, perché ci vuole il parere di sei membri su otto del board, lui compreso, per approvare un’eventuale vendita
– ha suscitato grande scalpore nella stampa nostrana quando ha dichiarato all’israeliano Haaretz – naturalmente online – che tempo cinque anni potrebbe sparire l’edizione cartacea
del quotidiano.

Ma in patria nessuno si è impressionato più di tanto: Arthur Ochs Sulzberger Junior non gode, ahimè, fama di guru. Il conto economico non brilla, le avventure online, pur non disastrose come le incursioni nelle agenzie finanziarie del WSJ (l’operazione Telerate, letteralmente massacrata da Bloomberg, è costata un miliardo di dollari tondi), non hanno finora dato grandi soddisfazioni. E per quanto riguarda le previsioni sul futuro, come ha scoperto il Financial Times, il nostro Arthur paga regolarmente lo stipendio a un “futurologo”, Michael Rogers, che la pensa in maniera quasi opposta: “Penso – ha detto serafico due settimane dopo la sparata di Sulzberger – che sarà difficile fare a meno della carta. E’ uno dei mezzi meno costosi, a più alta risoluzione. E ce n’è in abbondanza”.

Che figura. Eppure Arthur junior è più orgoglioso della sua squadra che pensa il futuro, rispetto a Massimo Moratti dei suoi fanciulloni in nerazzurro: Michael Zimbalist, esperto online, più una costosa equipe in arrivo dai Media Lab del Mit, il laboratorio di Charles Negroponte. Ci sono un matematico, un linguista, un esperto di grafica e Rogers, un passato a Rolling Stones e a Newsweek, strappato a caro prezzo al Washington Post. Il nome
del dossier è un programma: “Progetto Manhattan”, sì proprio come quello che, nel deserto dell’Arizona, portò alla creazione della prima bomba atomica. Genio o soltanto eccentrico,
sarà la storia a deciderlo. Per ora, c’è chi, dopo aver visitato il laboratorio voluto da Sulzberger, ha definito Rogers e i suoi “una massa di dementi che cerca di imitare, senza esserlo i creativi di Silicon Valley, quelli che hanno fatto Google piuttosto che YouTube”.

Perfidamente, su Business Week, John Fine gli dice: “E’ stato fortunato che Murdoch abbia scelto il WSJ e non il New York Times. Certo, lei è più forte. E in giro c’è un sacco di gente pronta a investire dei quattrini pur di far sapere al mondo che ha salvato il NYT. Ma non s’illuda: nessuno mesi fa, avrebbe detto che era in preparazione un’offerta da cinque miliardi di dollari per il Wall Street. E se non si ha l’umiltà di ascoltare e di capire dove dirigersi in
un momento così particolare dell’infomazione si rischia grosso”.

A meno che Arthur Jr non convinca il resto della famiglia a blindare il controllo. Si tratta
di vendere un po’ di roba, per esempio il “Boston Globe” che Jack Welch, ex General Electric, ha una gran voglia di comprare, e di rompere il salvadanaio di famiglia ritirando tutte le azioni. Chissà, forse una scelta del genere toccherà ai figli: Arthur Gregg Sulzberger III che oggi fa gavetta presso “The Oregonians”, secondo una vecchia tradizione di famiglia; oppure Annie, la figlia che studia alla Brown University. Lui, Arthur III tira dritto per la sua strada, nel palazzo/reggia che Renzo Piano ha creato nel cuore di Manhattan, tra le ire dei soci che non comprendono la necessità di una spesa del genere. E dei dipendenti, che lo chiamano “Pinch” (“pizzicotto”) per distinguerlo dal padre, il famoso “punch” (“cazzotto”).

Ma i riflettori, oggi, sono tutti per la saga dei Redstone, cui fa capo il network più seguito d’America, la Cbs, un impero di sale e di teatri (1.528 sale in 120 città del mondo), la Paramount, compresa la Dreamworks di Steven Spielberg e Viacom, con il gioiello Mtv incorporato. Un gigante da 70 miliardi di dollari che lui controlla tramite la National Amusements, una holding all’80 per cento sua, il resto alla figlia Shari. Una cassaforte da otto miliardi di dollari, reclama il figlio diseredato, Brent.

Dammi un miliardo e 600 milioni e me ne vado, manda a dire, delusa per la mancata successione, la figlia Shari. Lui, l’immortale, risponde che “nessuno sta mandando via Shari. Semplicemente io sono la Viacom, io sono la Cbs. E agisco per il bene loro. Lo deciderà il consiglio, non io, chi, forse, un giorno mi sostituirà. Shari vuole i soldi? Li avrà, ma è una ragazza troppo in gamba, a cui voglio troppo bene, per pensare a una cifra del genere”. Vallo a trovare un Edipo più di Edipo di quello che unisce Sumner e la figlia avvocato penalista, tre figli, che si è occupata di business soltanto dal ’94, dopo il divorzio da Rabbi Ira Korff, che fino a quel momento aveva gestito la società. Shari, lo stesso talento del padre, capace di far miracoli alla guida dei teatri. Piccola, peperina, vivace. “Non hai capito quant’è bella la vita – dichiarava papà Sumner nato Rothstone prima di americanizzare un nome troppe ebreo – finché non hai conosciuto Shari”.

Poi, quando l’avvocato si è trasferita a New York e ha iniziato a occuparsi del cuore dell’impero, ecco la frattura con papà. Frattura conflittuale perché ancora tre mesi fa, per il compleanno del vecchio leone, Shari ha scritto una poesia in versi, due pagine fitte fitte, per esaltare il suo amore per il padre, nonostante il divorzio dalla mamma e l’arrivo di una matrigna (fuori dal business, però). E lui Sumner, quella poesia ce l’ha ancora appesa alla parete. Che storia, così ingenua, così crudele. Sumner è alla ricerca del santo Graal dell’immortalità. Oppure, più facile, del magico tocco che sembra averlo abbandonato.

Dov’è finito il tycoon che scalava Mtv e il pubblico dei giovani? Oggi la Mtv generation cede il posto alla “Myspace generation” ma lui, un paio d’anni fa, si è fermato a un’offerta di mezzo
miliardo di dollari per il “social network” che Murdoch ha conquistato per 850 milioni. Dati i valori attuali, ha senz’altro avuto ragione “lo Squalo”. E che dire di Dreamworks? Le cronache
già parlano di un prossimo, clamoroso divorzio di Spielberg da Paramount, colpevole di non valorizzare il talento dei suoi amici (come Clint Eastwood, boicottato a suo dire in occasione del lancio di “Flags of our father”) e di aver cacciato l’amico Cruise in una maniera indegna, senza dirgli una parola. Eppure Redstone e Spielberg avevano pranzato assieme ventiquattr’ore prima.

No, difficile che basti un ricco assegno – dieci milioni di dollari – per la fondazione di Spielberg per le vittime dell’Olocausto. Hollywood già scommette che il maestro, una volta finito di girare le riprese del sequel di Indiana Jones alle Hawaii, inizierà un nuovo film: “Escape from Paramount”. A meno che Redstone non si riveli un nuovo Faust, vero invincibile demonio, senz’anima ma dalla carne immortale.

A che cosa si deve quel tocco di follia, di genio e quel pizzico di perversione e di furfanteria che sta dietro ai grandi dell’editoria? A quel modo strano di coltivare il gusto delle tribù. Come
capita in Europa o in Italia, a ben guardare i due cari nemici: Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi, uno che, al contrario di Redstone, si accontenta di campare cent’anni, probabilmente perché l’immortalità suona blasfema agli occhi di un cattolico papalino assai di più di quanto non appaia a Redstone, i cui avi nel ghetto di Praga trafficavano pietre filosofali e Golem impastati d’argilla.

La cultura c’entra. Ma fino a un certo punto. Perché se si guarda oltre i confini d’Europa, verso il nuovo mondo, si scoprono tycoon altrettanto ardimentosi, altrettanto orgogliosi. E
con attributi di tutto riguardo. Ecco la storia di Liu Changle, cinese di Shanghai, 55 anni, fondatore e proprietario di Phoenix Tv in omaggio al detto mandarino che suona cosi: Feng wei bai niao zhi wang, ovvero “la Fenice è il re di tutti gli uccelli”. Perché tutti i dipendenti,
spiega Changle, devono lavorare con la fenice stampata nella testa per fare i programmi migliori. E’ stato uno dei suoi 13 canali, Infonews, una sorta di Cnn in mandarino, a dare con ampio risalto la notizia della morte di Zhao Ziyang, il leader della Tiananmen morto dopo 15 anni passati agli arresti domiciliari. E’ stato lui a dare, in via esplicita l’assenso a Rose Luqiu, cronista a Pechino, il benestare per pronunciare quel nome che, da 15 anni, era proibito sillabare in pubblico.

Poi, quando a una delle autorità provinciali hanno cominciato a oscurare i canali di Phoenix, lui è corso di volata a Pechino facendo pubblica ammenda. “Noi camminiamo su una corda tesa – ripete – Se facciamo come dice il governo, la gente non ci guarda. Ma se diamo al pubblico quel che vuol vedere, il governo ci oscura. “Ma non vi passi per la testa di trovarvi di fronte a un dissidente, per carità. Un democratico, ma di una specie un po’ troppo popolare per i nostri gusti. E’ d’accordo con una democrazia che prevede il partito unico?, gli hanno chiesto i reporters del Washington Post. Liu, si legge, ha chiesto di riflettere sulla risposta. Una settimana dopo, via e-mail, a Philip Pan è arrivata questa replica: “Dipende dal punto di vista. Di solito, un partito unico viene associato a una dittatura e a una struttura politica chiusa. Ma la Cina è una dittatura? O una struttura chiusa? Io francamente non lo credo. Anzi, penso che sia ormai impossibile per chiunque illudersi di governare la Cina da solo, perché ormai è cresciuta una società troppo complessa, in grande evoluzione”.

Facile immaginare che una risposta così sia stata pensata dai vertici per i gusti del pubblico d’occidente. Ci voleva un volpone così per trattare con Murdoch. Il tycoon, assieme alla
moglie Wendy, ha comprato il 37 per cento di Phoenix per avere una sorta di lasciapassare per il Celeste Impero Rosso. Liu ha accettato perché gli servivano i satelliti di Star tv. Poi l’alleanza è andata in crisi perché ciascuno accusava l’altro di fare soprattutto i propri interessi. Oggi Murdoch ha soltanto il 17 per cento. Liu, che a Pechino qualche volta usa la limousine Red Flag che a suo tempo fu nientemeno che di Jiang Qing, la moglie del presidente Mao, anima della Banda dei Quattro, prosegue nella sua marcia un po’ felpata, un po’ misteriosa, verso il potere.

E’ una storia da romanzo, la sua. A 15 anni vide sfilare, incappucciati, i genitori spediti in campagna dalle Guardie Rosse come criminali politici. A 19, per evitare guai peggiori, si arruolò nell’esercito. E si fece strada nei giornali delle Forze Armate. “Erano reportages su truppe in colonna che marciavano leggendo Engels e Marx o altre fesserie del genere – ricorda – ma i comandi pensavano che fossi un genio”. Nell’87, quando già lavorava per la radio del Popolo, la grande occasione. Liu Changle viene a sapere di una missione a Washington di Yang Shangkun, il consigliere militare di Deng Xiao Ping. In ginocchio, chiede al capo servizio degli Esteri che gli venga affidato il servizio”.

Liu riuscì a conquistare Yang – ricorda Wu Xiaoyong, a quei tempi il redattore capo – E Yang cominciò a fidarsi soltanto di lui”. Un colpo da maestro, visto che Yang era destinato a diventare il presidente. Su quella relazione Liu ha costruito una fortuna. In termini economici, perché in quegli anni Liu sbarca a Hong Kong, con un potere quasi assoluto sull’import/export di greggio. “Se in quegli anni compravi petrolio al prezzo ufficiale, lo raffinavi, poi lo rivendevi in Cina con i permessi giusti al momento giusto non potevi non diventare ricco a palate”. E Liu riemerge, ricchissimo, nel 1993 con una proposta per i notabili di Pechino: un documentario in 12 puntate sulla vita di Deng Xiao Ping da rivendere alla tv di stato. Un’opera accurata senza citare, però, il fatto che fu Deng a ordinare l’attacco dell’esercito a Tiananmen.

Da allora è stata una crescita costante e tribolata. Liu è senz’altro un protetto dal potere. Le sue tv sono le più viste nei ministeri. Lo stesso Zhu Rongji, allora a capo del governo, confessò di essere un assiduo spettatore di Phoenix. Ma non mancano i momenti critici, l’ira dei censori di fronte agli scoop sulla Sars e sulla repressione della setta Falun Gong. E quando Liu decise di far partire il canale All News all’inizio del 2001, scattò immediata la reazione: per due anni il canale venne oscurato anche negli alberghi, con un salasso, in termini di mancata pubblicità, di 10mila dollari al giorno. Ma due anni (e parecchi milioni) dopo, Liu l’ha spuntata.

Un po’ come Berlusconi nel “Far West” delle tv, come denunciavano i nemici. Stessa pellaccia dura, ancor più coraggio per Lai Chee Ying, scappato a Hong Kong a 12 anni, l’uomo che con i suoi giornali continua a sfidare i potenti di Pechino. Il suo successo iniziale lo deve a Giordano, un marchio di abbigliamento “rubato” a Robert Giordano, un manager di Federated Express arrivato in Cina a metà anni Ottanta per far confezionare abiti per i grandi magazzini.
Lai ascoltò la lezione, poi corse a registrare il marchio. E scomparve. Sei mesi dopo, il boom. Inutile dire che Giordano non riuscì a trovarlo più.

Ma la vera passione era l’editoria. Dopo Tiananmen Giordano stampò milioni di t-shirt con i ritratti dei leader in galera. E Lai diede il via alla pubblicazione di Next Magazine, un tabloid aggressivo, popolare, ma con un’informazione finanziaria insider. Nel 1995 la nascita di
Apple Daily: 400 mila copie, il secondo giornale di Hong Kong, finanziato tutto di tasca sua – 100 milioni di dollari – perché nessuno voleva aver a che fare con uno così scomodo alla vigilia dell’arrivo delle truppe di Pechino. Ma Lai fece di peggio: Li Peng, scrisse un suo giornale, ha la testa di una tartaruga il che, in Cina, equivale al detto internazionale di “figlio di p…”. Gli andò bene, anzi benissimo: le autorità chiusero gli shops di Giordano in Cina. Lui vendette tutto per 187 milioni, ai massimi, poco prima dello scoppio della crisi asiatica. Ci vuole fortuna, tanta fortuna e un fiuto da cane da tartufi per diventare un “press baron” nel Far West dei paesi in piena, come torrenti che si scatenano dopo un’alluvione. Poi arrivano le fasi della bonaccia, quando i rivoli d’acqua si trasformano in tanti rami familiari.

Come è capitato ai big del paese dove la carta stampata gode della maggior fortuna ai giorni nostri: l’India. Qui si celebrano i successi dell’Hindustan Times (2,3 milioni di copie su quasi
8 milioni di quotidiani in inglese cui se ne devono aggiungere altri 23 milioni in lingua hindi) che fa capo alla famiglia Birla il cui numero uno, Krishna Kumar Birla, è l’ottavo uomo più ricco del pianeta. O del Times of India (2,6 milioni) della famiglia Sahu Jain, stirpe di una genia di commercianti, tra cui c’è anche il re dell’acciaio Lakshmi Mittal, perseguitati negli anni Trenta in quanto Agraval, gente invisa per l’abilità negli affari, al punto da dover emigrare dal Punjab per l’ostilità delle autorità locali. Ma ci vuol altro per spezzare un tycoon che si rispetti. Ad ogni latitudine: è la stampa, bellezza.

venerdì 3 agosto 2007

Sindacati, l'altra casta













(Stefano Livadiotti per L'Espresso in edicola oggi)

L'altra casta

Fatturati miliardari. Bilanci segreti. Uno sterminato patrimonio immobiliare. E organici colossali, con migliaia di dipendenti pagati dallo Stato. I sindacati italiani sono una macchina di potere e di denaro. Temuta perfino dai partiti

Non trattiamo con la calcolatrice... Così, nei giorni scorsi, il grande capo della Cgil Guglielmo Epifani ha replicato a brutto muso alle pretese rigoriste di Tommaso Padoa-Schioppa sulla riforma delle pensioni. Il numero uno di corso d'Italia non è l'unico ad essere allergico ai moderni derivati del pallottoliere. Della stessa idiosincrasia fanno mostra i suoi pari grado di Cisl e Uil, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, almeno quando si tratta di affrontare l'annosa questione dei conti dei sindacati, che continuano a promettere bilanci consolidati, tranne poi guardarsi bene dal metterli nero su bianco.

Forse perché i numeri racconterebbero come le organizzazioni dei lavoratori, difendendo con le unghie e con i denti una serie di privilegi più o meno antichi, si siano trasformate in autentiche macchine da soldi. Con il benestare di un sistema politico giunto ai minimi della popolarità e spaventato dalla loro capacità di mobilitazione. Che a sua volta dipende proprio, in grandissima parte, da un formidabile potere economico alimentato a spese della collettività: se c'è un problema di costi della politica, allora il discorso vale anche per il sindacato. Se non di più.

Quasi dieci anni fa, alla fine del 1998, un ingenuo deputato di Forza Italia, ex magistrato del lavoro, convinse 160 colleghi a firmare tutti insieme appassionatamente un provvedimento che obbligava i sindacati a fare chiarezza sui loro conti. Dev'essere che nessuno gli aveva ricordato come solo pochi anni prima, nel 1990, Cgil, Cisl e Uil fossero state capaci di ottenere dal parlamento una legge che concede loro addirittura la possibilità di licenziare i propri dipendenti senza rischiarne poi il reintegro, con buona pace dello Statuto dei lavoratori.

Fatto sta che, puntuale, la controffensiva di Cgil, Cisl e Uil scattò dopo l'approvazione del primo articolo con soli quattro voti di scarto. "È antisindacale", tuonò con involontario umorismo l'ex capo cislino Sergio D'Antoni, oggi vice ministro per lo Sviluppo economico. Lesti i deputati del centro-sinistra azzopparono la legge, mettendosi di traverso alle sanzioni (tra i 50 e i 100 milioni) previste in caso di violazioni. Alla fine la proposta di legge è rimasta tale, così come tutte quelle presentate in seguito, anche in questa legislatura. "È il sindacato che detta tempi e modalità", titolava del resto nei giorni scorsi il confindustriale 'Sole 24 Ore', all'indomani dell'accordo sullo scalone pensionistico.

Il risultato è che i bilanci dei sindacati, quelli veri, non sono mai usciti dai cassetti dei loro segretari. "Il giro d'affari di Cgil, Cisl e Uil ammonta a 3 mila e 500 miliardi di vecchie lire", sparò nell'ottobre del 2002 il radicale Daniele Capezzone, "e il nostro è un calcolo al ribasso". Non ci deve essere andato molto lontano, se è vero che oggi Lodovico Sgritta, amministratore della Cgil, si limita a non confermare che il fatturato consolidato di corso d'Italia abbia raggiunto il tetto del miliardo di euro.

E ancora: se è vero che quello del sistema Uil, non paragonabile per dimensioni, metteva insieme 116 milioni già nel 2004, esclusi Caf, patronati e quant'altro. Fare i conti in tasca alle organizzazioni sindacali, che hanno ormai raggiunto un organico-monstre dell'ordine dei 20 mila dipendenti, è difficile, anche perchè le loro fonti di guadagno sono le più disparate. Ma ecco quali sono i principali meccanismi di finanziamento. E le cifre in ballo.

SOSTITUTO D'INCASSO

La maggiore risorsa economica di Cgil, Cisl e Uil ("I tre porcellini", come ama chiamarli in privato il vice premier Massimo D'Alema) sono le quote pagate ogni anno dagli iscritti: in media l'1 per cento della paga-base; di meno per i pensionati, che danno un contributo intorno ai 30-40 euro all'anno. Un esperto della materia come Giuliano Cazzola, già sindacalista di lungo corso della Cgil ed ex presidente dei sindaci dell'Inps, parla di almeno un miliardo l'anno. Secondo quanto risulta a 'L'espresso', il solo sistema Cgil ha incassato nel 2006 qualcosa come 331 milioni. Una bella cifra, per la quale il sindacato non deve fare neanche la fatica dell'esattore: se ne incaricano altri; gratuitamente s'intende. Nel caso dei lavoratori in attività, a versargli i soldi ci pensano infatti le aziende, che li trattengono dalle buste paga dei dipendenti.

Per i pensionati provvedono invece gli enti di previdenza: solo l'Inps nel 2006 ha girato 110 milioni alla Cgil, 70 alla Cisl e 18 alla Uil. Nel 1995 Marco Pannella tentò di rompere le uova nel paniere al sindacato, promuovendo un referendum che aboliva la trattenuta automatica dalla busta paga (introdotta nel 1970 con lo Statuto dei lavoratori). Gli italiani votarono a favore. Ma il meccanismo è tuttora vivo e vegeto: salvato, in base a un accordo tra le parti, nei contratti collettivi. Le aziende, che pure subiscono dei costi, non sono volute arrivare allo scontro.

E lo stesso ha fatto il governo di Romano Prodi quando, più di recente, Forza Italia ha presentato un emendamento al decreto Bersani che avrebbe messo in crisi le casse sindacali. In pratica, la delega con cui il pensionato autorizza l'ente previdenziale a effettuare la trattenuta sulla pensione, che oggi è di fatto a vita, avrebbe avuto bisogno di un periodico rinnovo. Apriti cielo: capi e capetti di Cgil, Cisl e Uil hanno fatto la faccia feroce. Il governo, a scanso di guai, ha dato parere contrario. E l'emendamento è colato a picco.

LO STRAPOTERE DEI CAF

I Centri di assistenza fiscale rappresentano per i sindacati un formidabile business. Per le dichiarazioni dei redditi dei pensionati vengono pagati dagli enti previdenziali. Solo l'Inps per il 2006 verserà ai 74 caf convenzionati 120 milioni. A fare la parte del leone saranno le strutture di Cgil, Cisl e Uil, che insieme totalizzeranno circa 90 milioni. Non basta. Per i lavoratori in attività i Caf incasseranno dal Fisco 15,7 euro per ognuna delle 12.261.701 dichiarazioni inviate agli uffici nel 2006. Il ministero sborserà dunque 186 milioni e spicci.

Anche in questo caso, secondo i conti che 'L'espresso' ha potuto esaminare, la fetta più grande della torta andrà a Cgil (38 milioni, 195 e 177 euro), Cisl (30 milioni, 763 mila e 485) e Uil (12 milioni, 78 mila e 793 euro). Un piatto ricco, considerando che i Caf ricevono inoltre, come contribuzione volontaria, una media di 25 euro dalle tasche dei contribuenti aiutati nella compilazione del 730 (per un totale di 175 milioni, secondo Cazzola) e mettono insieme un'altra cinquantina di milioni per il calcolo di Ise e Isee (i redditometri per le famiglie che chiedono prestazioni sociali).

Considerando le cifre in ballo, i sindacati hanno fatto fuoco e fiamme pur di tenersi ben stretto il giocattolo. Nel 2005, sotto l'incalzare della Corte di Giustizia europea, convinta che il monopolio dei Caf rappresentasse una violazione ai trattati comunitari, il governo di Silvio Berlusconi aveva aperto la porta a commercialisti, ragionieri e consulenti del lavoro. Una manovra talmente timida che la Commissione europea ha inviato all'Italia una seconda lettera di messa in mora. Sull'argomento gli uomini di Bruxelles hanno preteso e ottenuto, ancora nel gennaio scorso, un vertice a palazzo Chigi. Concluso, naturalmente, con un niente di fatto.

INTOCCABILI PATRONATI

Se il monopolio dei Caf è sotto assedio, resiste saldo quello dei patronati, le strutture (quelle convenzionate con l'Inps sono 25) che assistono i cittadini nelle pratiche previdenziali (ma anche, per esempio, per la cassa integrazione e i sussidi di disoccupazione): una rete capillare, dall'Africa al Nordamerica passando per l'Australia, che alcuni sospettano abbia un ruolo non indifferente anche nell'indirizzare il voto degli italiani all'estero.

Nel 2000 i radicali hanno lanciato l'ennesimo referendum abrogativo, ma si sono visti chiudere la porta in faccia dalla Consulta. Più di recente Forza Italia ha cercato, con un emendamento al decreto Bersani, di liberalizzare il settore. Se l'armata berlusconiana non fosse stata respinta con perdite, per il sindacato sarebbe stato un colpo mortale. I patronati, infatti, sono fondamentali per il reclutamento di nuovi iscritti tra i pensionati, che quando vanno a ritirare i moduli si vedono sottoporre la delega per le trattenute: "Con i patronati e gli altri servizi nel 2005 la Cgil ha raggranellato 450 mila nuove iscrizioni", sostiene Cazzola.

Non bastasse, i patronati assicurano un gettito che non è proprio da buttare via: in pratica si dividono (in base al lavoro svolto) lo 0,226 del totale dei contributi sociali riscossi dagli enti previdenziali. A lungo questa cifra è stata calcolata solo sui contributi dei pensionati privati, per l'ottimo motivo che a quelli pubblici le scartoffie per l'assegno le ha sempre curate l'amministrazione (e proprio per questo motivo pochi di loro sono iscritti al sindacato).

Poi, però, nel 2000, per gentile concessione del parlamento (con un voto a larghissima maggioranza) nel monte-contributi sono stati fatti confluire anche quelli dei lavoratori statali. E la cifra ha iniziato a lievitare: 314 milioni nel 2004, 341 nel 2005, 349 nel 2006. Solo l'Inps nel 2006 ha speso per i patronati (che ora, per arrotondare, si occupano anche del rinnovo dei permessi per gli immigrati) 248 milioni, 914 mila e 211 euro. Alla fine, secondo quanto risulta a 'L'espresso', l'Inca-Cgil ha incassato 82 milioni e 250 mila euro, l'Inas-Cisl 66 milioni e 150 mila euro e l'Ital-Uil 26 milioni e 600 mila euro.

FORZA LAVORO GRATUITA

È quella distaccata presso il sindacato dalla pubblica amministrazione, che continua graziosamente a pagarle lo stipendio. Compresi, e vai a capire perché, i premi di produttività e i buoni pasto. Oggi i dipendenti statali dati in omaggio al sindacato sono 3.077 e costano al contribuente (Irap e oneri sociali compresi) 116 milioni di euro. Ai quali vanno sommati 9,2 milioni per 420 mila ore di permessi retribuiti. Di regalo in regalo, per i dipendenti che utilizza in aspettativa, ai quali deve invece pagare lo stipendio, il sindacato usufruisce comunque di uno sconto: non paga i contributi sociali, che sono considerati figurativi e quindi a carico dell'intera collettività. Un privilegio che hanno perduto perfino le assemblee elettive (a partire dal parlamento). Ma i sindacati no.

BUSINESS FORMAZIONE

Dall'Europa piove ogni anno sull'Italia circa un miliardo e mezzo di euro per il finanziamento della formazione professionale. In più ci sono i circa 700 milioni dell'ex fondo di rotazione, alimentato dallo 0,30 per cento del monte-contributi che le aziende versano agli enti previdenziali. Un tempo, non meno del 40-50 per cento di queste somme passava attraverso enti di emanazione sindacale, che non incassavano direttamente un euro ma gestivano comunque le assunzioni e la distribuzione degli incarichi. Oggi la concorrenza s'è fatta più dura. Ma i sindacati non mollano l'osso. Dieci dei 14 enti che si distribuiscono ogni anno circa la metà dei finanziamenti nazionali sono partecipati da Cgil, Cisl e Uil.

CASA MIA, CASA MIA

L'assenza di bilanci consolidati non consente di far luce sull'immenso patrimonio immobiliare accumulato negli anni dai tre sindacati confederali, cui lo Stato a un certo punto ha pure regalato i beni delle corporazioni dell'epoca fascista. Fino a pochi anni fa i sindacati non potevano possedere direttamente gli immobili: li intestavano a società controllate. La legge che ha consentito loro il controllo diretto ha garantito anche un passaggio di proprietà al riparo dalle pretese del fisco. Oggi la Cgil dichiara di avere, sparse per tutto il Paese, qualcosa come 3 mila sedi, tutte di proprietà delle strutture territoriali o di categoria.

"Non so stimare il valore di mercato di un patrimonio che non conosco ma", afferma l'amministratore della Cgil, "deve trattarsi di una cifra davvero impressionante". La Cisl dichiara addirittura 5 mila sedi, tra confederazione, federazioni nazionali e diramazioni territoriali (pensionati compresi), quasi tutte di proprietà. La Uil è l'unica che ha concentrato il grosso degli investimenti sul mattone in una società per azioni controllata al 100 per cento. Si chiama Labour Uil e ha in bilancio immobili per 35 milioni e 75 mila euro (a valore storico; quello di mercato è tre volte superiore), ma non, per esempio, la sede romana di via Lucullo, che lo stesso tesoriere nazionale Rocco Carannante stima tra i 70 e gli 80 milioni di euro.

Il fatto certo, alla fine, è che Cgil, Cisl e Uil sono ricchi. Quanto, però, nessuno lo sa davvero. "Ci sono situazioni che talvolta non sono pienamente trasparenti", ha scolpito Epifani lo scorso 27 febbraio. E però si riferiva allo scandalo del calcio.